Omar Sosa Incanta Crossroads

OMAR SOSA INCANTA CROSSROADS
La rassegna emiliana ha offerto un nuovo maestro dell’afro-jazz
di Gian Franco Grilli

Il policromo e torrenziale afro-cuban jazz del quintetto di Omar Sosa ha avuto il compito di chiudere a Correggio i battenti di Crossroads 2008, premiato da un esuberante successo di pubblico. Tanta gente. Ma soprattutto gente con uno spirito particolarmente caliente e recettiva quella che ha gremito sabato 17 maggio il Teatro Asioli della cittadina reggiana. L’appuntamento, riuscitissimo, è stato anche una conferma che, tra le innumerevoli esibizioni jazzistiche dello straordinario teatro itinerante di Crossroads, sono state le performances afrolatine a regalare i momenti più coloriti e allegri (che non vuol dire i più virtuosi) nell’ambito dell’assortita rassegna emiliano-romagnola, sapientemente diretta da Sandra Costantini.

  
  

Il pianista e compositore cubano Omar Sosa – dal 1993 impegnato a rinnovare il proprio linguaggio artistico attraverso una sorta di ecumenismo musicale nero e con l’abbattimento di frontiere geografico-culturali – ha offerto uno spettacolo di grande spessore che sintetizza e rispecchia la ricerca musicale finora svolta dall’artista camagueyano, ora residente in Catalogna. E il frutto di questo progetto è stato raccolto in Afreecanos, l’album che ha dato origine a questa nuova tournée che appunto ha fatto tappa a Correggio. Il concerto si è mosso attorno al progetto di Sosa, teso a ricondurre alla casa-madre, l’Africa, i linguaggi musicali della diaspora africana. In particolare emergono le principali espressioni sonore di matrice nera studiate fin qui da Omar, ovvero quelle presenti nel continente americano: Cuba, Ecuador, Brasile e Stati Uniti. E le musiche di queste realtà unite a quelle africane sono sfilate nel corso della bella serata emiliana che Omar (in abito rosso e bianco, i colori di Changó, anziché il bianco di Obatalá Ayaguna, l’orisha di Sosa) ha aperto con un rituale della Santería rivolgendo l’abituale preghiera ad Elegguá (la divinità che apre e chiude il cammino) e sistemando sul piano una candela rossa, come protezione e di buon auspicio. Poi sono entrati in scena i quattro fedelissimi strumentisti di Omar che ci hanno regalato quasi due ore di ottima musica tra atmosfere, melodie e tessiture poliritmiche inusitate. Il programma della formazione di Omar Sosa, con Childo Tomas, (basso, kalimba), Julio Barreto (batteria), Mola Sylla (voce, m’bira, kongoman), Leandro Saint Hill (sax, flauto), si è incentrato prevalentemente su composizioni tratte da “Afreecanos”(Nene La Kanou, Tres Negros, Iyade e Mon Yalala) ma ha attinto anche da altre produzioni tra cui “Mulatos” (Nuevo Manto) e “Live At Fip”(Paralelo). Omar ancora una volta si è rivelato il vero mattatore, interprete di un meticciato sonoro unico, identificabile tra mille. Dotati di grande tecnica gli altri due cubani della band: il fenomenale e scatenato batterista Julio Barreto e il ferratissimo sassofonista Leandro Saint Hill. Sublime la voce penetrante del senegalese Sylla che arricchisce le sonorità con affascinanti strumenti come m’bira e kongoman; basilare ed efficace il sostegno ritmico-melodico del mozambicano Tomas, che dall’alto dei suoi quasi due metri sembra dominare in ogni istante il panorama musicale africano filtrato dal jazz.

  
  

Quando cala il sipario ci si chiede: è jazz , afrolatin jazz o etnojazz? Omar intento ad autografare gli album si sottrae per un attimo e risponde “Io la chiamo ‘musica de la tierra’ perchè gli spiriti che sono nell’aria furono persone come noi vissute in terra. Noi siamo a metà tra terra e aria e sentiamo questa energia. I critici possono definirla come vogliono. Jazz non è, latin jazz neppure, musica africana neanche, ma è quella che si avvicina di più e tutta la musica viene dall’Africa”.
Dubbi solo sul nome della musica ascoltata, ma non sulla qualità, che ha convinto anche i jazzofili non simpatizzanti delle contaminazioni con le musiche etniche e che al termine si sono ricreduti applaudendo calorosamente per il grande swing espresso dal gruppo.

Foto di Gian Franco Grilli

Gian Franco Grilli

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