NOTE CUBANE ECCELLENTI

In questo appuntamento pasquale vi parlerò di quattro bellissime produzioni discografiche che affrontano sessant’anni di musica cubana. Tre sono progetti di artisti che negli ultimi mesi ho avuto il piacere di intervistare come Omara Portuondo, Bobby Carcassés e Omar Sosa. Mentre il quarto è firmato dallo straordinario e leggendario Bebo Valdés, figura che – pur non avendo mai incontrato a quattr’occhi – conosco discretamente dal lato artistico, grazie ai suoi stupendi e premiati album, e dal lato umano, dai ‘ritratti’ che mi hanno regalato i suoi figli Chucho e Maria Caridad durante una sincera chiacchierata a Verona Jazz 2008. E già che ci siamo, iniziamo il nostro percorso musicale proprio con l’album Greatest Hits di Bebo Valdés (Son Records – distribuito da Egea). Si tratta dei più grandi successi del pianista e bandleader avanero. Nella raccolta ne potrete ascoltare 25, metà dei quali sono stati composti da Bebo, e di cui ne citiamo soltanto alcuni: le infuocate descargas Special del Bebo e Descargas Caliente, o a tempo di montuno batanga, Mayajigua e Masa Limpia. Le canzoni rimanenti sono un mix di classici cubani e caraibici tra cui i famosissimi Dile a Catalina di Arsenio Rodriguez, El Manisero di Moisés Simons, El Cumbanchero di Rafael Hernandez. Tranne la canzone Diane e il danzón A quien Engañas, incisi rispettivamente ad Haiti e in Messico, tutti gli altri brani sono stati registrati a Cuba tra il 1952 e il 1960.

Un album che ci riporta indietro nel tempo, all’epoca d’oro della musica cubana (molto spesso commercializzata con il marchio “sudamericana”, e facendo confusione), ma che, nonostante i circa sessant’anni di distanza trascorsi, non è invecchiata di un secondo. Grande ritmo, autentico sabor, melodie immortali, orchestrazione da favola, sezioni fiati da brivido, assoli da incorniciare, e tutto questo grazie a interpreti strepitosi come Celeste Mendoza, Pacho Alonso, Rolando Laserie, le trombe magiche di Alejandro “El Negro” Vivar e Luis Escalante, il trombonista Generoso Jimenez, i sassofonisti Gustavo Mas e Rafael “Cabito” Quesada, i percussionisti Tata Güines e Candido Camero, il batterista Guillermo Barreto, e tanti altri ancora. Il booklet (in inglese e francese) traccia poi un sintetico profilo di questo grande musicista, uno dei più influenti nella storia del jazz afrocubano e nella musica popolare caraibica, che abbandonò Cuba nel 1960 quando aveva 42 anni, e che attualmente vive tra Malaga e Stoccolma.

Una storia un po’ diversa quella della voce di Cuba Omara Portuondo, che al contrario di molti suoi colleghi non solo non è andata in esilio ma addirittura rientrò nella Isla socialista mentre si trovava in tournée negli Usa. Anche a questa leggenda della canzone cubana, nata nel 1930 all’Avana, l’etichetta Son Records (distr. Egea) ha dedicato un bel lavoro antologico: 20 registrazioni eseguite dal 1967 al 1997. Trent’anni di Greatest Hits tra bolero, son e cha cha cha che si chiamano Tres Palabras, Veinte Años, Lagrimas Negras, Ay Caramba, La Cumbancha, o Este Son Homenaje, un son cantato splendidamente assieme a Elena Burke per omaggiare la memoria di Miguelito Cuní. Oppure l’emozionante interpretazione di Gracias a la Vida, una delle composizioni più belle del repertorio latinoamericano scritta dalla cilena Violeta Parra. E anche qualche ballabile come La Ultima Noche, brano di Bobby Collazo in versione cha cha cha molto coinvolgente. Insomma, avete capito che si tratta di uno dei più appetitosi potpourri della “Novia del feeling” (a proposito di feeling, ascoltate la traccia 16, Me faltabas tù, con la chitarra di Juanito Marquez che la fa da padrone muovendosi con grande agilità tra melodie, armonie e sfumature insolite ) sostenuta dalle migliori orchestre cubane e in compagnia di nomi prestigiosi di ieri e di oggi, tra i quali, e solo per citarne alcuni, Manuel “El Guajiro” Mirabal, Ruben Gonzaléz, Cachaito, Amadito Valdés, Juan Pablo Torres, Jorge Machado, Yosvany Terry, Javier Zalba e Adalberto Alvarez. Una fase artistica non sufficientemente conosciuta dai tanti ammiratori internazionali della Diva di Cuba, ma certamente non meno interessante della stagione che l’ha riportata alla ribalta mondiale alla fine del Novanta con il progetto Buena Vista Social Club. Boleristi di tutto il mondo, affrettatevi!

Iniziò a cantare da ragazzino imitando il suo primo idolo: Enrico Caruso. Poi a New York, nel 1958, scoprì il jazz afroamericano autentico, musicisti o cantanti come Jon Hendricks, Ella Fitzgerald ecc. Restò affascinato da tali sonorità e – parallelamente alla sua attività di commediante e showman nei cabaret più importanti di Cuba e alla Televisione Cubana- iniziò a fondere ritmi afrocubani con il blues e il jazz. A Cuba è considerato il re dello scat, ma è anche un abile polistrumentista, che si destreggia bene tra le percussioni, con il flicorno, il piano e il contrabbasso. Inoltre è un rumbero doc (a 5 anni già conosceva molti dei segreti della rumba) e fondatore del festival Jazz Plaza dell’Avana: senza dubbio, uno dei più importanti e versatili artisti cubani degli ultimi cinquant’anni.

E’ Bobby Carcassés , settantunenne, che poche settimane fa è tornato a sbarcare negli USA per presentare il suo nuovo album “De La Habana a Nueva York” (Vero Records 2010
www.bobbycarcasses.com

www.cdbaby.com/cd/bobbycarcasses
) con una serie di concerti tra Miami e New York. Pochi giorni prima della sua tournée nordamericana l’ho incontrato nella sua casa dell’Avana per raccogliere un’intervista che uscirà prossimamente sul mensile Musica Jazz. Si è parlato subito del Cd con il quale “festeggio– dice Carcassés – oltre mezzo secolo di attività nel mondo artistico (tra musica, pittura e teatro) e allo stesso tempo i maestri del jazz afrocubano a cui mi sono ispirato. E per questo tributo – prosegue Bobby- ho voluto con me, tra gli altri, talentuosi musicisti come Yosvany e Yunior Terry, Osmany Paredes, Marvin Diz e Dafnis Prieto. Alcuni di questi sono stati anche miei allievi. L’idea del disco è scaturita nel 1993, quando tornai per la seconda volta a New York dopo 35 anni per un concerto di beneficienza a favore dell’Hospital Cedar del Bronx. Al termine dello spettacolo Mario Bauzá, assieme a Tito Puente, venne a complimentarsi e in quel preciso momento pensai che avrei dovuto fare un omaggio a tutti i grandi dell’afrocuban jazz. Oggi dedico dunque la title track De La Habana a Nueva York al grande Mario Bauzá; Blues para Chano, un blues venato di rumba columbia, in onore di Chano Pozo e Babalù all’indimenticabile Miguelito Valdés. Summertime, invece, la canto per un mio strepitoso omonimo: Bobby McFerrin”. Gli altri brani di questo esplosivo progetto, realizzato con la sua band Afrojazz, sono standard afroamericani come Green Dolphin Street e Sometimes I’m Happy; No Seras de mi (bolero), e altre due sue composizioni: Blues Guaguanco, e Veronica, dedicata alla figlia, che è anche produttrice del disco e organizzatrice della tournée del padre negli States. Le sonorità, i ritmi e gli accenti di questo Cd li potete già percepire mentalmente: una trascinante galoppata tra guaguanco, son, mambo, conga, guaracha, timba, bolero,blues, swing e scat. Il risultato è notevolissimo: da non perdere!

E un altro cubano che la sa molto lunga, o meglio lunghissima (se si può dire), in fatto di intrecci e contaminazioni è Omar Sosa. E ogni volta continua a stupirci per la sua rarissima capacità di attraversare in chiave moderna le musiche nere di ieri e di oggi delle Americhe e di saperle incrociare con i linguaggi tradizionali del Continente Nero e quelli della musica contemporanea. Ceremony (Otà Records – distr. Egea), titolo del suo nuovo progetto, è un vero capolavoro. Tanto che il numero 1 dei jazzisti cubani, il pianista Chucho Valdés, nella note di copertina lo definisce “un talento fuori serie… con uno stile originale e creativo da farlo ritenere uno dei più importanti artisti contemporanei”. E lodi arrivano anche da un altro grande, il brasiliano Jaques Morelenbaum (compositore, arrangiatore e violoncellista) che ha dato un ottimo contributo al progetto del pianista camagueyano realizzato in collaborazione con l’ottima bigband della NDR (North German Radio), un affiatatissimo ensemble di solisti affermati il cui talento è stato messo in risalto grazie al lavoro di arrangiatori come Steve Gray, Colin Towns e Michael Gibbs.
In questa produzione il quartetto di Sosa è composto dal batterista Julio Barreto, dal bassista Childo Tomas e dal percussionista Marcos Ilukàn. A cui vengono subito affidati i tamburi batà per aprire e chiudere (secondo i precetti della Santeria cubana) il cammino di questo progetto in dieci composizioni, sotto la protezione divina dell’Orisha Eleggua. Un rituale Yoruba che il santero Omar cerca religiosamente di rispettare in tutte le sue produzioni e anche qui lo ritroviamo puntualmente – anche se riproposto con un’atmosfera timbrica allargata ad altre culture – in Llegada Con Elegba e in Salida Con Elegba, i brani di apertura e di chiusura. In mezzo, viene elaborata una tavolozza ricca di colori, di tonalità, di ritmi, di accenti, di stili, di improvvisazioni e di linguaggi espressivi davvero impressionante. Che ci richiama alla mente Duke Ellington, Dizzy Gillespie, Stan Kenton, Mario Bauzà, Chico O’Farrill, Charlie Mingus, Cal Tjader, Irakere, Ruben Gonzalez, Aragón, Chicago, Los Hombres Calientes e persino, anche se di sfuggita, Juan Luis Guerra, poi le musiche del Pacifico colombiano, ecuadoriano, e il più autorevole world jazz esistente oggi nel Pianeta. Non esagero: questo rappresenta il miglior album che ho ascoltato negli ultimi otto mesi. E che consiglio soprattutto a palati musicali extrafini, quelli che amano assaporare anche dieci volte di fila lo stesso brano, per rintracciarne i profumi e, in particolare, le influenze principali. E in Ceremony a mio parere ce ne sono tante. Il problema è riuscire a riconoscerle, ma provarci è già un ottimo esercizio per la mente e lo spirito.
Buon ascolto! E con l’occasione, Auguri di Buona Pasqua.

Foto: dell’Autore, quelle di seguito indicate.
Le due fotografie al lato della copertina del Cd di Omara Portuondo, sono state scattate rispettivamente nel dicembre 2009 all’Avana e nel giugno 1985 a Bologna.

Quelle che accompagnano la copertina del Cd di Bobby Carcassés si riferiscono al concerto tenuto il 12 dicembre 2009 al Museo de Bellas Artes dell’Avana e all’incontro nella casa dell’artista.

Gian Franco grilli

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