Funerale a Caracas, tra Reggaeton e Salsa

FUNERALE A CARACAS, tra reggaeton e salsa.

Quando un funerale a Caracas si celebra a reggaeton e salsa!
Spigolando notizie del mondo latinoamericano, nei giorni scorsi ho trovato un articolo molto interessante e allo stesso tempo un po’ sconcertante, se analizzato con i nostri modelli culturali. Ma si sa che il rapporto con la morte è vissuto in maniere diversissime tra le popolazioni del mondo e la celebrazione del rituale dell’ultimo addio in alcuni casi assume i toni e i colori più variegati. Come in questo caso, che rispettiamo. Vi proponiamo, pertanto, la lettura di servizio “Funerale a Caracas” ripreso da Internazionale (n.801 del 26 giugno – 3 luglio 2009) animati da esclusivo spirito informativo e senza giudizio di merito sui contenuti raccontati, peraltro, con grande chiarezza e crudezza.
Per la diffusione di questo pezzo ringraziamo la direzione di Internazionale (www.internazionale.it), rivista che ogni settimana è in edicola per offrire ai lettori italiani il meglio dei giornali di tutto il mondo. Un punto di riferimento importante per tenersi aggiornati sull’attualità del Pianeta e, nel caso dei nostri lettori, per conoscere i fatti, la cultura e le novità del Centro e Sud America, continente molto trascurato dai media radiotelevisivi e dai quotidiani.
Ecco la trascrizione dell’articolo. Buona lettura.

FUNERALE A CARACAS
Nei quartieri poveri della capitale venezuelana si balla al ritmo di reggaeton e
si fanno acrobazie in moto per dare l’ultimo saluto a un amico assassinato.

di María Isoliett Iglesias, Prensa Nueva, Argentina
Foto di Lurdes R. Basolí

Sono sotto l’effetto di droghe. Hanno gli occhi arrossati, lo sguardo perso, le
labbra socchiuse e si muovono a fatica. Sono i ragazzi di Las Quintas, un
quartiere nella parte meridionale di Caracas. Oggi rendono omaggio a un loro
amico che viveva da queste parti e che, anche se non era un delinquente, è stato
assassinato. Si chiamava Oscar Enrique Castro. Aveva 22 anni. È stato ucciso a
colpi di pistola per “ragioni morali”. Una cinquantina di persone si è riunita
qui, in questo bosco di mattoni rossi che si erge su una montagna, per
ricordarlo. A mezzogiorno in punto, con un disco di salsa a tutto volume in
sottofondo e un sole incandescente, sei amici di Oscar entrano nella stanza dove
c’è il feretro. Mentre chiudono la bara per uscire dalla casa e proseguire il
rito per strada, la ragazza di Oscar comincia a gridare e alza ancora il volume
dello stereo. Le finestre, il pavimento e perfino il vetro della cassa da morto
che protegge il corpo cominciano a vibrare.
Appoggiata su una delle casse dello stereo, la ragazza
comincia a cantare e a ballare per il suo fidanzato assassinato. La musica è un
cd pirata di Tito Rojas. La canzone dice più o meno così:
“Quando mi darete l’ultimo saluto, non piangete per me, perché niente è eterno.
Soffrirai, piangerai, ma ti abituerai a perdermi. E ti rassegnerai quando non mi
vedrai più”.

I sei ragazzi sollevano la bara a ritmo di salsa. Dopo averla messa saldamente
sulle spalle, cominciano le acrobazie per raggiungere l’unica via di accesso al
quartiere: una scalinata ripida e irregolare, da cui si arriva a una strada che
il corteo funebre percorrerà fino a raggiungere il Cementerio general del sur.

Per proseguire dobbiamo chiedere il permesso ai boss del quartiere. Solo loro
hanno il potere di autorizzare la presenza di estranei che vogliono vedere come
si vive il dolore della perdita di un amico ucciso sulle colline di Caracas.
“Per noi la morte è una cosa di tutti i giorni”, mi spiegano gli amici di Oscar.
“Ci conviviamo, la viviamo e la condividiamo. La portiamo dentro e la
provochiamo”.
Siamo arrivati nella parte alta del quartiere. I sei
giovani, tutti sudati e con ancora la bara sulle spalle, riprendono fiato e
cominciano a far ballare il morto. Fanno ondeggiare la bara da un lato
all’altro. In questo modo confondono lo spirito del morto, per impedirgli di
tornare nel mondo dei vivi. Questo tipo di rituale si ripete in ogni veglia
funebre dei quartieri poveri di Caracas. Anche se i morti sono vittime della violenza, questi funerali hanno
i colori e l’atmosfera di una festa.

  

Ragioni morali
Oscar è stato ucciso per “ragioni morali”. Almeno così dice
il suo amico, l’unico testimone dell’omicidio. È un ragazzo. Anche lui ha 22
anni. A differenza di Oscar, però, sembra capace di sopravvivere alle
sparatorie. Tempo fa è stato ferito in un altro scontro a fuoco. È per questo
che zoppica.
Il giorno in cui Oscar è stato ucciso stavano tornando a casa in moto da El
Cementerio. “Eravamo quasi arrivati, ma da una curva sono spuntati quei diavoli 
armati. Erano in quattro, quei bastardi.
Ci hanno ordinato di fermarci. Oscar, che guidava la moto,
non ha ubbidito, e così hanno cominciato a spararci addosso. Io ho avuto il
tempo di saltare giù. Oscar invece no. L’hanno ridotto un colabrodo. Gli hanno
sparato il colpo di grazia in testa e poi se ne sono andati”.
Parla con lo sguardo perso nei ricordi: “Lo imbottivano di
piombo e nel frattempo continuavano a ripetergli che era un bastardo”. Gli
chiedo di raccontarmi altri particolari, ma lui non vuole più
parlare: “Oscar è stato ucciso per ragioni morali”, mi
ripete. “E non fare altre domande perché è troppo pericoloso. Se faccio la spia
ci rimetto la pelle!”. Poi si gira e se ne va, trascinando la gamba destra.
Riesco comunque a sapere qualcosa di più. Ci sono cinque
ragazze che durante i funerali rimangono sempre accanto alla bara. Oscar era un
loro vicino di casa. Commentano tra di loro il motivo di quell’accanimento:
“L’ha fatto uccidere la famiglia della donna che avrebbe partorito il suo quinto
figlio”, dice una di loro. “A proposito”, ribatte un’altra, “il bambino dovrebbe
nascere oggi”. A 22 anni, Oscar aveva già avuto cinque figli. Tutti con donne
diverse. A quanto pare non si occupava abbastanza di loro.
L’atmosfera diventa sempre più bizzarra. Siamo ormai
arrivati nello spiazzo dove si svolgerà una parte della cerimonia. Dopo averlo
fatto ballare, i ragazzi sistemano il feretro (coperto da una lastra di vetro) sotto un tetto di zinco, in modo da proteggerlo
dal caldo inclemente di mezzogiorno. Tutti sembrano aspettare qualcosa o
qualcuno. Nell’attesa, alcuni si avvicinano alla bara e scattano una foto con il
telefono cellulare.

  

Un gruppo di ragazzi in moto arriva nello spiazzo. Sono una
ventina. Cominciano a fare delle acrobazie in onore del morto. Uno spettacolo di
addio molto rumoroso. Altri si preparano per una partita improvvisata di
pallacanestro. Anche questo è un omaggio a Oscar, che a quanto pare era un grande appassionato di questo sport.
È una partita con quattro giocatori: uno di loro è il
morto. Hanno poggiato la bara su due moto in mezzo al campo e ci
girano intorno. Si passano la palla. Si sfidano. Fanno delle acrobazie e
lanciano la sfera in modo che rimbalzi sulla bara. Arriva una Ford Maverick con
la carrozzeria arrugginita. La guida un uomo grosso e sudato, in bermuda e
canottiera. L’autoradio spara a tutto volume De frente y solo, una canzone del
duo di musica reggaeton portoricano Wisin e Yandel. È dedicata a Oscar. Il testo
dice: “Me ne vado, se mi succede qualcosa prenditi cura dei miei figli. Per un malinteso hanno ucciso il mio
amico, ora ho dei nemici, è scoppiata la guerra, prenditi cura dei miei figli”.
Il padrone della Ford Maverick, che era amico di Oscar,
mette fine alle acrobazie dei motociclisti e alla partita di pallacanestro.
Ordina a una quindicina di ragazzi di mettersi in fila sulla strada che costeggia il campo. Hanno le mani coperte da alcuni
stracci. All’improvviso li lasciano cadere e scoprono le loro armi. Sono tutte
automatiche.
Quando l’uomo della Maverick dà il via, puntano tutti le
pistole e le mitragliatrici verso l’alto e cominciano a sparare. Senza vergogna,
davanti a donne, bambini e anziani. Quattro raffiche lunghe e ravvicinate: è così che il quartiere saluta Oscar per
l’ultima volta. Nessun soprassalto. Nessun grido. Niente interrompe il crescendo
emotivo del rituale. Dallo spiazzo, che si trova nella parte alta del quartiere, prendiamo la strada che porta a valle, dove
c’è il Cementerio general del sur.

  

La sepoltura
In alcuni cimiteri del Venezuela le cerimonie funebri come questa sono vietate.
Ma al Cementerio general del sur le autorità si sono ormai
rassegnate. “Ogni giorno ce ne sono circa otto”, mi spiega Wiliam Contreras, il
direttore del cimitero, mentre osserva con distacco la folla
umorosa che segue il feretro.
“In questo genere di cerimonie il nostro cimitero non ha rivali”, mi dice
Contreras con orgoglio. “Sono rituali che ormai fanno parte del nostro
patrimonio culturale. Anche se non è vietato usare la musica, chiediamo comunque
di tenere il volume basso. Cerchiamo di spiegare che non è il caso di sparare,
perché è un pericolo per i parenti degli altri morti. Ma non è facile: dobbiamo
trattare con gente drogata, armata e ubriaca. Per questo preferiamo optare per
il dialogo. La repressione porterebbe solo altra violenza, e non è quello che
vogliamo”.
Oscar sarà sepolto vicino a suo fratello Pedro, ucciso a
colpi d’arma da fuoco nove mesi fa. Stavolta la spesa della famiglia per il
funerale è stata minima: Gladys, la madre di Oscar, ha dovuto solo tirare fuori i soldi per far riaprire la fossa che aveva
comprato per Pedro. Quando arriviamo sul terreno in cui seppelliranno Oscar, la
fossa è già aperta e pronta ad accogliere il feretro.
Ma il rituale non è ancora finito. Alcuni ragazzi sistemano
la bara di traverso sulla buca e la ungono con rum, anice e birra. Poi
cominciano ad agitare in aria le bottiglie. In questo modo non solo il morto, ma anche i vivi vengono purificati dall’alcol. Altri
afferrano la bottiglia, bevono un sorso e lo sputano verso il morto.
Poi aprono la bara per tenere, faccia a faccia con Oscar,
il discorso di addio. Con gli occhi colmi di lacrime, l’oratore si avvicina alla
bara del suo amico. Per aiutarlo a trovare le parole, gli viene paspassato un
enorme spinello di marijuana. Il ragazzo si è preso cura di Oscar ogni volta che
ne aveva bisogno. Con una disperazione così profonda da essere contagiosa,
aspira il fumo e dice: “È così che amiamo i nostri morti. I ricchi e gli
stranieri non possono capire. Non sanno cosa significhi amare. Noi sì”.

Gian Franco Grilli

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