Salsa di idee da regalare: dall’Africa a Rio, dall’Avana a New York

E’ tempo di Festività, di regali. Ma la parola d’ordine è risparmiare, quest’anno più che mai. E in questi casi sempre si inizia dalla cultura. Infatti, si prevede che i prodotti culturali (libri, cd, film) saranno i primi a venire penalizzati dal bilancio famigliare che impone di fare scelte di prima necessità. Allora per tentare di rendere meno triste il quadro generale, nelle newsletter che ci separano da qui a Natale cercheremo di fornirvi alcune idee intelligenti – di prezzo ragionevole – da regalare o, perché no, da regalarvi, perchè il nostro cervello non può impoverirsi. Al contrario, e allora bisogna offrirgli alimenti per stimolarne l’attività vitale. Il consiglio migliore è mettersi seduti, leggere un buon libro e pensare. Una scelta del resto che è favorita anche dal clima invernale e dal rallentamento dei ritmi quotidiani per la sosta di fine anno.
Proponiamo quindi libri per pensare e riflettere su realtà, eventi e personaggi legati alla musica, alle culture di riferimento di cui abbiamo parlato in passato, e, se capita, sconfineremo per una volta dai nostri campi principali.
Da una prima indagine, il mercato librario – affollatissimo in generale e come sempre in questo periodo – non offre moltissimo per i nostri gusti, ma qualche strumento prezioso per stimolare l’attività cerebrale e godere dei pensieri altrui l’abbiamo trovato. Incominciamo col segnalarvi i primi titoli accompagnati da una descrizione, che vi consentirà di verificare se quel libro è di vostro interesse, così da richiederlo per tempo al libraio. In attesa della recensione definitiva – che se vorrete potrete leggere prossimamente nella rubrica libri del portale – ecco la selezione di libri e cd.

A proposito di libri.

E cominciamo con un piccolo frammento tratto da pagine che costringono il lettore a riflettere sulle responsabilità del passato (ma anche odierne) dell’Occidente quando l’autore ricorda agli altezzosi europei “che un tempo i loro antenati erano come gli africani, incivili se non addirittura barbari”. Parole dure che sono riportate in un libro davvero eccezionale, straordinario. Aggettivi che si sprecano facilmente, ma non in questo caso, perchè stiamo parlando de L’incredibile storia di Olaudah Equiano, O Gustavus Vassa, detto l’Africano (280 pagine, € 15). Si tratta di un testo unico che riguarda la lotta per l’abolizione della schiavitú, pubblicato per la prima volta in inglese nel 1749 e ora finalmente disponibile grazie all’editrice milanese Epoché (www.epoche-edizioni.it). Libro senza pari, è la prima autobiografia di uno schiavo africano. Il nero Olaudah Equiano, nato nel 1745 in un villaggio dell’attuale Nigeria, racconta la sua vita avventurosa. A undici anni fu rapito e portato nelle Americhe per lavorare nelle piantagioni; fu venduto a un capitano della Royal Navy, che lo chiamò Gustavus Vassa, e rivenduto poi a un mercante quacchero di Filadelfia. Riscattò la propria libertà con i soldi che aveva messo da parte e così da schiavo diventò un abile navigatore e stabilitosi a Londra iniziò una lunga battaglia nel movimento abolizionista. Questo testo, di facile lettura, restituisce la voce ai milioni di africani che attraversarono l’Oceano incatenati come bestiame. Imperdibile.

    

E per non dimenticare questa triste e ripugnante pagina dell’umanità vi segnaliamo, sempre edita da Epoché, il titolo La schiavitù spiegata ai nostri figli (106 pagine, € 10). Chi ha raccontato con grande precisione e sensibilità la tratta negriera che si è svolta per più di tre secoli è Joseph N’Diaye, conservatore della Casa degli schiavi di Gorée, piccola isola al largo di Dakar (Senegal), simbolo del vergognoso commercio di esseri umani. Un libro che spiega ai giovani questa tragedia che ha visto tra i 12 e 15 milioni di ragazzi e ragazze africani strappati alle loro terre e molti mai giunti a destinazione. Nel libro si fa cenno all’underground railroad, la ferrovia clandestina che permetteva ai fuggiaschi di andare dal sud al nord degli Stati Uniti. E la “ferrovia” ci riporta con la mente al blues e allo spiritual. Per concludere, la piaga della schiavitù purtroppo si ripresenta ancora oggi sotto altre forme. E allora il testo invita le nuove generazioni a non abbassare la guardia perchè le battaglie per la libertà umana non terminano mai.
I lettori di world music apprezzeranno moltissimo Lo Swing del CamaleonteMusiche e canzoni africane dal 1950 a oggi(330 pagine, € 16,50) curato da Frank Tenaille, giornalista francese specializzato nelle musiche del mondo. Pubblicato da Epoché, questo volume presenta una panoramica della musica africana degli ultimi cinquant’anni. Da Myriam Makeba a Franco, da Alpha Blondy a Fela Kuti, dall’albino Salif Keita a Cesaria Evora, da Mory Kanté e Youssou N’Dour. Questi sono solo alcuni dei punti di riferimento che permettono di spiegare come e perché la musica africana, sorta da una lunga tradizione orale, susciti oggi in tutto il mondo un meritato entusiasmo. E in mosaico di articoli troviamo anche interessanti riferimenti alla musica caraibica, cubana in particolare, sonorità che hanno influenzato gli stili moderni del Continente Nero. Si parla di rumba cubana, ma ci si riferisce al son, è un vecchio errore che continua a riprodursi. Curioso -come del resto anche molti altri – il capitoletto … E Lumumba ballava il Cha cha chá che si focalizza sull’attività del musicista Joseph Kabaselé, autore di Independance cha chá. In totale circa 330 pagine per un percorso interessante sulle musiche africane, ben contestualizzato alle vicende storiche che hanno attraversato l’Africa nell’ultimo mezzo secolo, permettendo così di avere una fotografia completa del mondo africano tra storia, canti, ritmi, mbira, lukeme, darbouka, balafon, chimurenga. rumba odemba e afrobeat. Il volume è corredato da un glossario degli stili e uno degli strumenti, oltre un’utile discografia aggiornata da Claudio Agostoni, giornalista-musicologo di Radio Popolare.

E dalla musica africana torniamo alla tragedia della schiavitù e arriviamo in Brasile, una delle tratte negriere più battute dagli europei. Qui, come altrove, andavano a vendere bambini, donne e uomini e a colonizzare nuove terre e a sottometter i nativi. E Rio de Janeiro – l’antica capitale brasiliana – è la città dove si svolge la trama complessa di questo interessantissimo romanzo tradotto per la prima volta in italiano da Virgilio Zanolla e pubblicato da Ianieri editore (www.ianieriedizioni.it): Il Cortiço di Aluísio de Azevedo. (316 pagine, € 16).“Quasi sconosciuto in Italia – scrive Zanolla nella bella nota introduttiva – de Azevedo è considerato il maggior scrittore naturalista brasiliano: la risposta tropicale agli Zola e Maupassant, Verga e De Roberto, Eça de Queirós, Palacio Valdés e Pardo Bazán della grande tradizione del romanzo naturalista europeo”. Questa breve premessa è importante per capire che siamo di fronte ad un autore di altissima levatura il quale attraverso queste pagine racconta in modo magistrale il mondo che vive dentro e ruota attorno al cortile, spazi comuni di un casone popolare dove si svolge il teatro della vita ambientato negli anni in cui la lotta abolizionista non aveva ancora trionfato. In questo microcosmo urbano e antropologico spunta tra i tanti personaggi l’erbivendola Bertoleza. Schiava nera illetterata sottratta con inganno al suo padrone da parte del portoghese João Romão, proprietario di una bettola che tenta l’ascesa economica costruendo il cortiço, abitazione collettiva composta da alloggi umili. Lui spinto da manie di grandezza diventa l’amante di Bertoleza, una donna pragmatica, modesta, che si contenta di lavorare come un “mulo” giorno e notte per il suo uomo, fidando nel solo premio di una vecchiaia comune accanto a un focolare. E quando scopre che João vuole lasciarla per un’altra donna, lei rivendica con orgoglio la sua consapevolezza di essere umano dicendo “sono negra, sì, ma ho dei sentimenti!”. In mezzo a questo scenario di società razzista sono moltissime le figure pittoresche che sfilano e animano il palcoscenico del cortiço, che è il vero protagonista del racconto, visto e vissuto tra povertà, emarginazione, soprusi, spontaneità e sprazzi di toccante umanità.

    

Dal Brasile risaliamo la corrente e ci troviamo nelle acque caraibiche grazie a Ernest Hemingway, protagonista della bella biografia curata da Anthony Burgess e pubblicata dallo scattante editore romano Minimum Fax (www.minimumfax.com) con il titolo: L’importanza di chiamarsi Hemingway (188 pagine, numerose foto – € 13). Un libro che parla anche delle esperienze cubane dello scrittore (ma è una minima parte rispetto al quadro generale dell’opera) di cui forniremo qualche passaggio. Prima però dobbiamo ricordare che sono tanti i libri sull’uomo Hemingway o sulla sua opera o su entrambi, ciò nonostante Burgess ha tentato di aggiungere qualcosa di nuovo e ci è riuscito attraverso questa biografia puntigliosa e appassionata che mette a confronto lo scrittore con l’uomo. E il lato uomo di Hemingway, con sentimenti, con passioni e ideali lo ritroviamo ad esempio alla pagina 164, dove si legge che ”nel 1954…ricevette il premio Nobel per la letteratura….prese in considerazione l’idea di offrire la medaglia d’oro a Ezra Pound, meritevole di tutte le medaglie letterarie che fossero mai state coniate, ma alla fine la regalò al santuario della Virgen del Cobre, santa patrona di Cuba”. L’Isola dove lo scrittore ha trascorso circa vent’anni della sua vita e lì vi sono tracce significative dei suoi passi tra Cojimar (il porticciolo a est della capitale dove teneva ormeggiata la sua barca, il Pilar, vegliata dall’inseparabile capitano e amico Gregorio Fuentes) e la sua bella Finca Vigía, oggi casa/museo situata nel municipio di San Francisco de Paula su una collinetta che domina l’Avana, dove scrisse alcune delle sue opere più importanti. Papa Hemingway amava la gente di Cuba, i suoi locali, i suoi cocktail – in testa il daiquirí del Floridita – e si sentiva cubano. Lo dichiarò ai giornalisti e quando apprese che Fidel Castro entrò vincitore nella capitale e Fulgencio Batista si era rifugiato a Ciudad Trujillo, ne fu felice: “adesso il popolo cubano ha per la prima volta una possibilità decente”. Sapeva pochissimo di Castro ma disse che nessuno poteva essere peggiore di Batista. Poi nel 1960 iniziarono i primi sintomi di squilibrio mentale di Hemingway e dopo vari ricoveri decise di tornare a Ketchum, nell’Idaho, dove si suicidò il 2 luglio 1961, era domenica.
E restiamo negli Stati Uniti con lo stesso editore che ci presenta l’autobiografia del leggendario Count Basie, uno dei più grandi bandleader del jazz, pianista, maestro indiscusso dell’era Swing. Il “Conte” (Count è un soprannome conferitogli da un dj radiofonico) è stato uno dei protagonisti principali della musica afroamericana per oltre cinquant’anni. Nato il 21 agosto 1904 nel New Jersey si spense giovedì 26 aprile 1984 nell’ospedale di Hollywood a pochi chilometri da Miami, Florida. Iniziò i primi passi musicali sotto la direzione della madre ed era poco più che adolescente quando accompagnava spettacoli di vaudeville. In Basie è sempre stato evidente il recupero delle radici africane, partendo dalla tradizione del blues che scoprì in modo autentico a Kansas City, città di cui si innamorò, ma il suo fu un percorso comunque al passo con le evoluzioni del jazz. Un jazz che non cercava linguaggi complessi, l’opposto di quanto faceva l’altro grande: Duke Ellington. Il “Conte” amava le cose lineari, semplici. La sua è stata la prima orchestra di neri a suonare al Waldorf Astoria, era un personaggio gentile, affettuoso, un bandleader amato, molto riservato sulle sue vicende private. E si potrebbero citare tantissimi aneddoti curiosi sulla vita e l’arte dell’uomo considerato la “macchina da swing” più incalzante di tutti i tempi. Ma preferiamo citare tra i tanti brani di successo interpretati la sua magica sigla: One O’ Clock Jump. Ora per saperne di più su questo gigante del jazz, possiamo affidarci alla Minimum fax che ha mandato in libreria l’ottimo Good morning blues – L’autobiografia (540 pagine, € 17 ), dove Count Basie ripercorre la propria storia attraverso la penna piacevole del critico Albert Murray: dall’infanzia nel New Jersey alle prime esperienze sonore a Kansas City e New York. Una vita appassionante, raccontata come un romanzo, ricca di incontri e collaborazioni, tra cui figure altrettanto leggendarie che si chiamano Billy Holiday e Lester Young. Insomma, un testo da mettere in biblioteca a fianco di altre opere della stessa collezione curata Minimum fax su Duke Ellington, Miles Davis, John Coltrane e altri.

A proposito di dischi.
La scelta sarà molto stringata perchè mi rendo conto che lo spazio a disposizione sta per terminare. Vi segnalo quindi velocemente alcuni cd che meritano di essere conosciuti.
Il primo lavoro è quello del trentacinquenne trombettista Gendrikson Mena. Cubano, figlio d’arte (il padre Pedro ha suonato con Pedro Izquierdo, alias Pello El Afrokán, il percussionista che inventò il ritmo mozambique e brani indimenticabili come “La Niña no tiene Na”) residente in Italia dal 1995, Gendrikson ha firmato con il suo quintetto un album di jazz davvero piacevole per l’etichetta VideoRadio/Rai Trade: All I Missed. Il sound che ne esce è all’insegna del linguaggio afro-americano, partendo con From To New Orleans, un bellissimo omaggio alla terra del grande Satchmo, dove ha mosso i primissimi passi il jazz. E tra i pionieri di quel linguaggio sonoro sembra ci fosse anche qualche cornettista cubano che animava quelle feste piene di note nere ai bordi del Caribe e sulle rive del Mississippi. Para ti Chet che incontriamo al n.6 del disco è una carezza dedicata all’immortale Chet Baker, che il nostro artista ha approfondito nella conoscenza da quando è nella Penisola. Coloro che pensano di trovare nel disco una bella mostra di ritmi e sonorità dell’Isla Grande non troveranno granché. O almeno in superficie. Perchè sotto la scorza del linguaggio d’insieme del quintetto ovviamente scavando incontriamo tracce dello swing afrolatino irradiate soprattutto da Gendrikson. Ma è una ricerca che non tutti riescono a fare. Tuttavia è un album di ottimo jazz, da consigliare. E sentiremo parlare ancora di questo artista. Noi intanto nelle prossime settimane pubblicheremo un’intervista per conoscere meglio Gendrikson, ottimo strumentista , compositore e piacevolissima persona.

    

Da Videoradio/Rai Trade (www.videoradio.org) arriva anche Jazz Garden & Friends a firma di Andrea Braido. Un talentuoso chitarrista che farebbe parlare maggiormente la stampa mondiale se il suo cognome avesse altra pronuncia e la sua nascita non fosse targata Italia. Il viaggio musicale che Braido ci regala, con il prezioso contributo creativo di Davide Ragazzoni (drums), Marco Bianchi (marimba-vibrafono), Bruno Zoia (basso), è a dir poco superbo. Si tratta di standard per omaggiare grandi maestri tra cui George Gerswhin (Summertime), Duke Ellington (Caravan), Miles Davis (Solar), Tom Jobim (Corcovado), Django Reinhardt (Nuages) uniti a sette brani composti dallo stesso Braido. E si comincia con la limpida e affascinante Old Time’s. Poesia e improvvisazione si incontrano tra le corde di Braido, poi è apoteosi, navigando tra una molteplicità di stili sbalorditiva. Grande swing, interpretazioni notevoli di tutti i componenti, e il fraseggio chitarristico di Andrea Braido è da brivido. Stupendo.

Altro album da non perdere è Esperanza, la nuovissima raccolta della giovanissima e talentuosa contrabbassista, vocalist e compositrice Esperanza Spalding. Considerata una delle nuove star del firmamento jazzistico, l’artista nordamericana, nata nel 1984 nell’Oregon, con questo brillante lavoro ci dà la cifra delle sue potenzialità, un’opera che nasce dal frutto di un intenso rapporto creativo con un gruppo di affermati musicisti quali Niño Josele, prodigio della chitarra flamenca, Jamey Haddad – percussionista noto per le sue numerose collaborazioni con artisti del calibro di Paul Simon e Dave Liebman- il fantastico drummer cubano Horacio “El Negro” Hernández e Donald Harrison, poderoso sassofonista di New Orleans anch’egli con un’ impeccabile carriera. Da queste brevissime note avrete già capito la dimensione sonora delle dodici tracce di questo ottimo cd, con una linea molto accurata dal punto di vista grafico, ricco di foto che mettono in mostra la chioma hendrixiana dell’artista, note informative solo in inglese (ma il suo sito è anche in español! -www.esperanzaspalding.com), realizzato dall’etichetta americana Headsup e distribuito da Egea (www.egeamusic.com).
E non posso dimenticare di suggerirvi due album interessanti di jazz (e di cui forse parleremo in altra rubrica) ricevuti dalla trombettista olandese Saskia Laroo, bravissima artista dotata di una tecnica strumentale che merita grande rispetto. E soprattutto se pensiamo che una donna si avventura nel regno della tromba, da sempre dominato da figure maschili (da King Oliver a Louis Armstrong, da Dizzy Gillespie a Miles Davis, da Lee Morgan a Wynton Marsalis ecc.), ma lei è tosta e ci prova facendosi largo a suon di note e con grande gusto. Lo potrete constatare ascoltando i due titoli con i quali terminiamo la carrellata di questa prima serie di consigli:Really Jazz e Sunset Eyes 2000 prodotti da Laroo Records & Music (www.saskialaroo.nl ).
Alla prossima.

Gian Franco Grilli

Lascia un commento

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here