La Santeria parte II

LA SANTERIA – IL CONTESTO STORICO (SECONDA PARTE) E LA REGLA DE OCHA

Abbiamo già detto nel precedente articolo che i colonizzatori spagnoli sono
stati molto tolleranti nei confronti delle festività propriamente africane e ciò
si spiega non solo dalla flessibile politica evangelizzatrice della chiesa
cattolica, ma piuttosto dalla preoccupazione dei proprietari terrieri di
mantenere l’idiosincrasia delle distinte tribù, con lo scopo di preservare le
differenze, le opposizioni e persino le rivalità tribali al fine di ostacolare
una possibile unità nella lotta contro la schiavitù. Tale permissivismo a feste,
musiche e divertimenti era anche dovuto al fatto di non sapere che quei riti
erano modi per convocare le divinità ancestrali e che in realtà presentavano
un’elaborata liturgia religiosa. Forse se la chiesa fosse stata a conoscenza di
tutto ciò non sarebbe stata tanto permissiva.
Questo tipo di feste andarono via via scemando nel corso dei secoli, fino a
ridursi alle principali cerimonie annuali; la religione rubava ore preziose di
lavoro, ma togliere qualsiasi tipo di diversivo avrebbe fomentato le rivolte.
D’altra parte gli africani accettarono di buon occhio le nuove divinità imposte
dalla chiesa cattolica, è risaputo che la disperazione aumenta la fede e quindi
perché non pregare anche questi nuovi santi, pur di ottenere la libertà?
Come avevamo accennato nel primo articolo, le divinità africane si sono confuse
con i santi cattolici, in base ad un processo di similitudine, scaturito dall’accomunanza
delle caratteristiche comuni delle une e delle altre figure religiose.
Nacque la cosiddetta santeria, l’unione del culto degli orishas alla religione
cattolica. Questo nome a mio parere è al quanto improprio e ormai divenuto un
marchio, poiché nella santeria di cattolico c’è ben poco e quindi preferisco
chiamare questo culto con un nome a mio parere più appropriato e degno: “Regla
de ocha”, in altre parole l’insieme delle regole e delle pratiche dei santi (ocha).
Già nel 1568 si fa menzione dei cabildos negri a Cuba: associazioni di africani
e loro discendenti appartenenti ad una stessa tribù. Gli spagnoli consideravano
queste riunioni di negri nei giorni festivi solo un’occasione di svago, mentre
in realtà si trattava di associazioni religiose e di mutuo soccorso. Erano
presiedute da un rey, eletto tra i membri più anziani ed oltre a svolgere
pratiche religiose, aiutavano ai membri in difficoltà, cercando di conservare
anche le tradizioni linguistiche di ogni gruppo.
Nel 1870 tutte le pratiche religiose di origine africane e la schiavitù fu
abolita. I negri si riunirono in gruppi della stessa etnia e nacquero dei
cabildos divenuti con il tempo famosi. Degno di nota è la comunità Yoruba
chiamata El Palenque, sita a Marianao (periferia sud dell’Avana).

La regla de ocha

Tra le tante etnie giunte a Cuba a colpa della tratta degli schiavi, quella che
sicuramente ha lasciato una traccia profonda e che ancora oggi è presente nella
società cubana è la Yoruba, i quali erano in numero superiore rispetto alle
altre tribù ma soprattutto per essere un popolo culturalmente superiore già in
Africa, dove vissero uno sviluppo sociale superiore a quello delle popolazioni
vicine, ma essenzialmente anche questo popolo era organizzato in tribù a
carattere familiare e regionale.
Ogni orisha era originariamente legato ad una regione, una zona o una tribù
familiare. L’orisha non era altro che lo spirito di un membro della tribù che
durante la sua vita aveva fatto grandi cose: era stato un gran combattente, un
uomo caritatevole, uno stregone e così via. Una volta morta questa persona è
stata divinizzata dando così via al culto. In altre parole i suoi discendenti
(ripeto che ogni tribù era legata dal vincolo familiare) hanno iniziato a
venerarlo, evocando il suo spirito per chiedere consiglio ed aiuto. Di contro
c’erano altri orishas che erano venerati da tutte le tribù di quella stessa
regione.
Agli orishas veniva e tuttora viene attribuito il potere di controllare
determinate forze della natura e la conoscenza delle proprietà mediche delle
piante, unica medicina conosciuta.
Per venerare questi parenti morti era necessario stabilire un contatto: una
pentola (cazuela) che fungeva da contenitore dell’oggetto appartenuto al morto,
nel quale è conservato il potere (aché) dell’orisha. Questo oggetto rappresenta
il punto di contatto tra la divinità ed i suoi adepti ed è questo oggetto che si
fanno le offerte e si versa il sangue degli animali sacrificati. L’insieme
cazuela-aché, una volta resa sacra prende il nome di prenda, emanazione dell’orisha.
Tutt’oggi a Cuba i seguaci degli orishas seguono queste tradizioni venute
dall’Africa; l’orisha è pura forza immateriale, impercettibile all’essere umano
senza che questi non prenda possesso di un corpo umano. L’orisha comunica con i
suoi fedeli, prendendo possesso del corpo di un suo discendente che ha il dono
di poterlo ricevere.
A Cuba non si può più parlare di discendenza e nasce quindi il concetto di hijos
del santo (figli del santo), nel quale la parentela è solo spirituale (a
differenza di quella di sangue presente in Africa). Abbiamo poi delle figure
gerarchicamente superiori, i cosiddetti babalawo, coloro che hanno studiato a
fondo tutti i segreti del culto, da loro custoditi e tramandati.
Naturalmente tutto ciò può essere visto con scetticismo da tutti quelli che non
credono in ciò, oppure si potrebbe cercare di dare delle spiegazioni
logico-scientifiche a questi fenomeni di possessione. Bisogna invece accettare
che si tratta di un culto, alla stregua di qualsiasi altro e solo la fede può
spiegare certi fenomeni.
Nel primo articolo abbiamo visto la situazione storica che ha stimolato questo
fenomeno, mentre in quest’ultima parte abbiamo cercato di spiegare in che
consiste sommariamente questo culto. D’ora in avanti potremo addentrarci meglio
tra le singole divinità, a spasso tra mitologia e riti, tra magia ed usanze,
cercando di spiegare l’inspiegabile e cioè la fede di un popolo verso i suoi
dei.

A cura di:
Lago Giuseppe
Lago.giuseppe@tiscali.it

Giuseppe Lago

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