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LA SOPRAVVIVENZA DELLA SALSA CUBANA NEL NORD ITALIA

Salsa.it -Rubriche - analisi di un genere che in Italia non ha una diffusione omogenea

LA SOPRAVVIVENZA DELLA SALSA CUBANA NEL NORD ITALIA
LA SOPRAVVIVENZA DELLA SALSA CUBANA NEL NORD ITALIA

Pubblichiamo qui di seguito un interessante articolo scritto da Claudio Giovenzana sulla presenza della musica cubana nele scuole nei locali da ballo in Italia, con una èrecisa disamina di alcune zone, il milanese in particolare.
Claudio Giovenzana balla dal 1996 e insegna da più di 20 anni salsa cubana/timba e folklore cubano (son, rumba, afro-yoruba e palo congo) a Milano. Dal 2003 ha approfondito lo studio con il coreografo e ballerino cubano Albertico Calderon e nel 2006 è entrato nel gruppo “Albertico Calderon y su grupo Vacunao”, esperienza che lo ha portato a lavorare su spettacoli e coreografie con richiami alle principali danze afro-cubane assieme a vari artisti. Dal 2008 collabora come istruttore con diverse scuole e ha lavorato come ballerino/animatore in vari locali latini dell’area milanese. Assieme a Jenny Spallina, dal 2014 è il fondatore e presidente della a.s.d. Phoenix Studio Dance di Milano, una scuola di danza dedicata anche alla salsa cubana e alla diffusione del relativo folklore cubano.
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Se balli salsa cubana da un po’ nel Nord Italia — e a Milano in particolare — probabilmente ti è successo: entri in una serata “latina”, e anche se la location è grande e trovi tre sale, cinque DJ, animazione e show… quando chiedi timba ti rispondono con un sorriso tipo: “ah sì, facciamo un po’ di cubana più tardi”.
Quel “più tardi” che, il più delle volte, non arriva mai.
Detto questo, sarebbe ingiusto raccontare il Nord come un deserto: la timba non è sparita, ma si muove “a isole”. E alcune isole, in realtà, sono tutt’altro che piccole.
Il Veneto è un esempio evidente: qui la salsa cubana non è una parentesi “folkloristica”, ma una presenza stabile, sostenuta da pubblico, scuole, eventi e — soprattutto — da una mentalità da pista in cui la musica cubana ha dignità propria. Non è raro trovare programmazioni in cui la timba non viene relegata a “riempitivo”, ma diventa spina dorsale della serata, con DJ che conoscono repertorio e dinamiche (classici, nuove uscite, giri e cambi marcia) e sanno tenere viva l’energia senza snaturarla.
Anche Torino merita una menzione più forte: nel tempo ha mantenuto appuntamenti in cui la pista dedicata alla timba e alla musica cubana non manca, e proprio questa continuità crea comunità, con scuole tra le più grandi d’Italia che racchiudono nei loro planning programmi di afro yoruba (santeria cubana) e salsa cubana originali con istruttori d’eccezione.
Un altro elemento che spesso sfugge è la filiera “dietro la consolle”: in queste aree del Nord (tra Veneto, Piemonte e dintorni) si è sviluppata anche una piccola rete di producers e addetti ai lavori che collaborano con musicisti cubani per realizzare brani nuovi.
Questo significa due cose: da un lato circolano release fresche e aggiornate, dall’altro si crea una cultura di ascolto più raffinata, perché chi produce e chi seleziona musica tende a educare — anche indirettamente — l’orecchio della scena.
In mezzo a queste isole c’è Milano, enorme e iper-ricca di offerta, dove la cubanità resiste ma deve competere con format molto diversi tra loro.
E non è solo nostalgia: è proprio una questione di ecosistema. Che musica si mette in consolle, cosa si insegna, cosa viene premiato nei festival, e soprattutto cosa resta sociale e accessibile per chi vuole ballare davvero — non soltanto guardare.

Timba: non è “una salsa qualsiasi”
La timba nasce come musica cubana da ballo che prende il son come radice, ma lo “carica” con funk e R&B e con una presenza forte del folklore afrocubano. Le scelte ritmiche e di arrangiamento spesso cambiano marcia (i famosi “gears”), spezzano, accelerano, giocano con l’energia degli strumenti.
Questo ha un effetto diretto sulla pista: la timba non ti chiede solo “tempo e figure”, ti chiede ascolto, reattività, corpo, intenzione. Ti invita a ballare con la musica e non “sopra” la musica.
E possiede un’eco che, in molti ritornelli o passaggi ritmici (in particolare nelle percussioni), rimanda a mondi come rumba, son montuno, bolero, cha cha cha, changui, songo e santeria cubana (solo per citarne alcuni).
A Cuba, la parola “timba” richiama anche l’idea di un insieme di tamburi e, per estensione, di un “tutto”: un universo che va oltre la parola “salsa” (che già indica una mescolanza di elementi). La timba ha voluto andare ancora oltre, integrando non solo ingredienti moderni, ma anche radici e linguaggi delle musicalità folkloriche afro-cubane tra tecniche percussive e relativi strumenti.

Perché, al Nord, la salsa cubana sembra più “a macchia di leopardo”?
Mettiamola giù senza drammi: la scena del Nord Italia è enorme e piena di eventi dedicati al ballo caraibico (e, negli ultimi anni, anche a balli “paralleli” come kizomba e bachata).
Ma spesso è anche molto “multiprodotto”.
In una città come Milano puoi trovare decine di appuntamenti in calendario ogni mese. E proprio perché l’offerta è grande, la programmazione tende a spingere ciò che “funziona subito” per un pubblico più ampio possibile. Negli ultimi anni hanno preso sempre più spazio:

  • salsa in linea (NY style / LA style), con un immaginario fortissimo da show, social video e performance;
  • serate latine più commerciali, dove “salsa” diventa quasi una categoria generica e la specificità cubana si appiattisce;
  • ibridazioni continue, che possono essere stimolanti… ma, se diventano la norma, rischiano di diluire il DNA di partenza.

Qui il parallelo con la bachata sensual rispetto alla dominicana è quasi inevitabile: innovazione sì, ma se l’innovazione diventa “standard”, rischi di perdere la storia e la grammatica della matrice.

E nella timba il DNA è fatto di contratiempo, di dialogo con le percussioni, di rumba che entra nelle spalle e nel bacino, di son che sistema il peso del corpo e regala l’eleganza utilizzata in contrapposizione all’afro. Tutto questo fa sì che la salsa di Cuba, oltre alla figura in coppia, cresce dentro ogni bailador con gestualità e interpretazione.

Nord Italia: non solo piste, ma anche persone (DJ, producers, comunità)

Un altro punto spesso sottovalutato è che la scena del Nord non vive solo di “serate”, ma anche di figure che costruiscono repertorio e gusto: DJ che selezionano timba con criterio (non come riempitivo “più tardi”), organizzatori che difendono una pista dedicata, e persino producers italiani che collaborano con musicisti cubani per creare brani nuovi, mantenendo vivo il dialogo tra Cuba ed Europa.
Questa rete è particolarmente visibile nelle regioni dove la timba è più stabile: nel Veneto la continuità di scuole, eventi e pubblico ha creato un’abitudine; in Piemonte, Torino resta un riferimento per chi cerca una serata dove la musica cubana abbia spazio reale; in Lombardia, Milano è un laboratorio enorme, dove la cubania può emergere con forza quando il format la mette al centro, invece di relegarla a “momento speciale”.

Fortunatamente alcuni gestori di locali e organizzatori di concerti hanno sempre creduto nella Timba all’interno del panorama meneghino.

E ad oggi si organizzano ancora serate, matinee o brunch dedicati al folklore cubano, anche a Milano; sono proprio queste le serate a punta di diamante della salsa cubana, dove si può ancora ascoltare musica dal vivo (vedi locali: Bodeguita del Medio, El Diablo Tun Tun e Zoo Club), luoghi dove ancora i titolari non hanno mai smesso di scommettere sulla musica e sul ballo cubano originali.

Quando “innovare” significa cambiare lingua alla timba
Il punto non è fare i puristi col fischietto. Il punto è: stiamo ancora parlando la stessa lingua?
Alcune tendenze (diffuse un po’ ovunque, non solo al Nord) portano a:

  • ballare timba “come se fosse” musica per linee, ignorando cambi di dinamica e accenti;
  • cercare sempre l’effetto scenico (pose, stop, trick) invece della conversazione in coppia;
  • ridurre rumba e afro a “ingredienti estetici” senza radice ritmica e culturale.

Risultato: chi entra oggi nel mondo latino e vede soprattutto questo, può pensare che la salsa cubana sia “un’altra variante della salsa”, e non un ecosistema musicale-danzato completo.

Eppure… la rete sta facendo un miracolo (silenzioso)
La buona notizia è che, proprio mentre in alcune piste la salsa cubana si assottiglia, online sta succedendo il contrario: sta tornando la curiosità del folklore cubano.
Grazie a video, tutorial, social, clip di festival e contenuti didattici, tanti ballerini cubani (e interpreti della cultura cubana nel mondo) stanno rimettendo al centro:

  • musicalità reale,
  • radici (son, rumba, afro),
  • qualità del movimento “da strada” (non trascurata, ma ripulita),
  • l’idea che la timba sia sociale prima che spettacolare.

Ci sono figure che hanno costruito ponti enormi tra Cuba ed Europa, e creator/danzatori che oggi portano contenuti fruibili a chiunque voglia iniziare sul serio, con un linguaggio contemporaneo (lezioni brevi, breakdown musicali, esercizi di ritmo, styling con radice). Anche nomi come Wilmer y Maria, Seo Fernandez, Maykel Fonts e Jorge y Indira aiutano a rimettere ordine grazie alla diffusione dei loro stage a livello virale.
Ed è proprio qui che la timba “sopravvive” anche nelle città del Nord, dove era diventata intermittente: non perché resiste immobile, ma perché si spiega meglio, si rende accessibile, torna desiderabile per chi entra per la prima volta nel mondo latino e vede una differenza tra stile cubano “da calle” e salsa in linea.

Rumba, son, afro-yoruba: perché in alcune piazze sembrano più “di casa”
Chi frequenta la scena italiana lo percepisce: spesso dal Centro Italia in giù c’è una maggiore abitudine a cercare (e programmare) corsi, seminari ed eventi di rumba, son e afro-yoruba legati alla tradizione cubana.
Al Nord queste materie finiscono più facilmente in slot “di nicchia” o in workshop occasionali — anche se, nelle piazze più forti (Veneto e alcune città del Piemonte e della Lombardia), stanno tornando percorsi continuativi anche al Nord.
E qui arriva il punto pratico: se vuoi che la timba resti viva come danza sociale, servono luoghi dove la si studia non solo come “salsa cubana”, ma come ecosistema: son per eleganza e peso, rumba per corpo e intenzione, afro per ritmo interno e interpretazione dei movimenti.

Non a caso, anche chi studia salsa in linea aggiunge ormai al proprio bagaglio molti di questi elementi.

Milano e Lombardia: cosa può far tornare la timba “normale”
A Milano (e più in generale in Lombardia) il potenziale non manca: pubblico, scuole, locali e DJ. La differenza la fanno tre scelte semplici:

  1. Una pista dedicata e riconoscibile: se la timba è “una mezz’ora ogni tanto”, il pubblico non si fidelizza. Se invece sa che quella pista è davvero cubana, torna.
  2. Programmazione musicale coerente: alternare classici, nuove uscite e brani con energia diversa permette di tenere la sala viva senza trasformare la timba in sottofondo.
  3. Continuità didattica: corsi e workshop che includano son, rumba e afro (anche in modo progressivo) fanno crescere ballerini capaci di ascoltare, non solo di eseguire.

A livello di eventi e festival, spesso basta poco per evitare l’effetto “salsa generica”: comunicare chiaramente se c’è una sala cubana, scegliere DJ che conoscano davvero il repertorio (classici e uscite nuove), e valorizzare workshop di musicalità e di radici (son/rumba/afro) non come curiosità, ma come strumenti utili anche per chi balla altri stili.
E anche i ballerini hanno un ruolo concreto: chiedere timba con costanza (e non solo “a fine serata”), sostenere le serate dove la pista cubana è reale, condividere playlist e riferimenti musicali, e soprattutto imparare a distinguere un brano “salsa” da un brano “timba” ascoltando basso, pianoforte e percussioni. Quando la domanda diventa competente, l’offerta tende ad alzarsi.
La sfida, semmai, è far tornare la timba a essere una consuetudine: non “la serata speciale”, ma una delle serate in cui sai che entrerai e potrai ballare davvero, senza dover sperare nel famoso “più tardi”.

Milano, la scintilla italiana degli anni ’90
Se oggi parliamo di “scene” e di “isole” è anche perché, nel bene e nel male, Milano è stata per molti la città da cui è iniziato tutto: le prime serate latine degli anni ’90 hanno costruito un immaginario che allora era essenziale e diretto. In quei locali — prima che arrivassero i format iper-specializzati e le sale “multi-stile” — si viveva una formula semplice: salsa cubana, merengue e bachata, con una pista che era soprattutto sociale, fatta di gente che imparava ballando, sbagliando, riprovando, e tornando la settimana dopo.
In quel clima sono nati e si sono mossi gruppi di animazione che hanno lasciato tracce forti nella memoria di chi c’era, come Un Solo Pueblo, e sono passati artisti e figure che hanno contribuito a “dare una forma” alla cultura caraibica in città: nomi come Alberto Valdez, Albertico Calderon, Johnny Perez e Fernando Sosa vengono spesso ricordati come riferimenti di un’epoca in cui la parola d’ordine non era “performance”, ma pista.
È anche per questo che Milano, ancora oggi, resta un punto decisivo: perché qui la timba può tornare “normale” se si riaccende quella mentalità originaria — meno vetrina, più comunità; meno “più tardi”, più musica cubana messa bene, con continuità.

Playlist da pista: 15 orchestre di salsa cubana che ancora ti fanno alzare dalla sedia

Qui sotto una selezione con un criterio semplice: musica ballabile, impatto, identità (le trovi facilmente su YouTube o Spotify).
(Link YouTube ufficiali / canali di riferimento)

Come si sente da queste hit, la timba ha un vocabolario infinito: può far ballare il rumbero più affezionato e, con la giusta educazione musicale, dialogare anche con chi arriva dal NY style o da altri percorsi.
La timba vuole essere proprio questo: un ponte che unisce, senza confini. E sarebbe bello rivedere, anche al Nord, più serate “a 360 gradi” come accade nelle piazze dove la salsa portoricana resta portoricana e la salsa cubana resta timba: non per dividere, ma per riconoscere le differenze e ballarle meglio.

A cura di: Claudio Giovenzana
Graphic work by: Francisco Rojos

 

 

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