Marty Sheller, swing latino tra le quinte

Musica latina – e non solo – tra le quinte. Stiamo parlando dell’esperienza di Marty Sheller, uno dei più importanti arrangiatori nordamericani di sound latino attivo da circa cinquant’anni. Perchè tra le quinte? Per due ragioni. La prima: solo per brevi periodi l’abbiamo visto in prima fila sul palcoscenico con grandi artisti, mentre la sua meritoria, intensa e lunga performance musicale l’ha svolta e continua ad alimentarla restando un po’ nascosto, defilato. Secondo motivo: ora, ascoltando uno dei suoi ultimi progetti discografici, noto che nel suo pensiero musicale (espresso prevalentemente tra composizione, arrangiamento e direzione orchestrale) anche lo swing latino, e di cui lui è dotatissimo, non è in primo piano, agisce sottilmente, ma tra le quinte. Un po’ misterioso, come dire che c’è, non se ne vedono i contorni, ma piano piano lo si sente. E questo l’ho riscontrato in Why Deny del The Marty Sheller Ensemble (PVR Records), primo album a nome dell’artista statunitense, e pubblicato dopo diversi decenni di carriera. E che carriera! Marty Sheller, nato nel 1940, infatti, all’inizio degli anni Sessanta era già alla corte di Mongo Santamaria e i suoi assoli di tromba (e la direzione musicale) sui ritmi di Mongo sono legati alle mie prime affannose ricerche sulla musica afrocubana. Ma di quel periodo d’oro della musica afrolatina farò qualche cenno nel corso di queste brevi note dedicate all’album di Sheller. A scanso di equivoci, dico subito che è il jazz la pietra angolare su cui poggia il nucleo centrale del progetto raccolto in Why Deny. E non il latin jazz, come molti si aspettavano visto il pedigree, anche se molto variegato, dell’artista. Infatti l’assenza delle percussioni afrocubane (tumbadoras, bongos, timbales, claves, ecc.) e il linguaggio deciso dei fiati che si manifesta appena il disco comincia a girare ci fanno capire sì di essere in una dimensione sonora nuova ma allo stesso tempo percepiamo qualcosa di familiare alle nostre orecchie senza identificarlo con precisione. Alla fine, con pazienza, sforzo mentale e una lieve dose di immaginazione, un po’ di mondo latino lo troviamo anche in Why Deny.. In due parole: disco bellissimo, e di cui ho già letto qualche recensione interessante in ambito jazzistico.

   

Su quel versante, dunque, è già stato detto molto, e bene. Io mi soffermerò, invece, sugli elementi «afrolatinos» che ho individuato – secondo la mia chiave di lettura, e spero sia corretta – in questo valido progetto. Dettagli che di volta in volta si manifestano attraverso timbriche, sonorità e pattern ritmici tipici della tradizione afrolatina secondo la concezione “c’è, non si vede, ma si sente” che deduco dai risultati del lavoro di Sheller. Per rintracciarli bisogna prestare un certa attenzione, ripetendo l’ascolto più volte, perchè si tratta di presenze sfumate, volutamente sottotono e incorporate nel linguaggio dominante, appunto quello jazzistico. Farò solo qualche esempio partendo dalla traccia n.1, The Route 40 Flyer. Dopo un incalzante contraddittorio tra la sezione fiati e le bacchette swinganti di Vince Cherico arriva un flash di colori latini sparati dalla campana del sax vigoroso di Bob Franceschini che richiama l’inconfondibile Gato Barbieri degli anni Settanta e poi di nuovo si torna parlare jazz con l’assolo raffinato del trombettista Joe Magnarelli e quello funambolico del contraltista Bobby Porcelli. Nella travolgente interpretazione di Mahjong, prima il bravo trombonista Sam Burtis e poi ancora Franceschini danno sfoggio di virtuosismo sulla clave di rumba imbastita dalla batteria di Cherico e dal chequeré di Steve Berrios e, infine, arriva il contagioso montuno tracciato dal piano di Oscar Hernandez (notissimo nel mondo della salsa, da Ruben Bládes a Spanish Harlem Orchestra). L’omaggio al timbalero-drummer venezuelano Frank «El Pavo» Fernandez Valarin con l’omonimo brano, El Pavo (traccia 3), ci riporta con la mente alla scansione ternaria del venezuelano joropo, (mescolato ad altri patterns), magico ritmo che animava El Toro, brano che negli anni Sessanta era uno dei cavalli di battaglia di “Mongo Santamaria and His Band” in grado di infiammare il pubblico del Village Gate, come documentano le registrazioni dell’epoca raccolte in storici LP e, forse, ora disponibili su Cd. E quel famosissimo palcoscenico newyorchese, Mongo lo condivise, tra gli altri, sia con Marty Sheller, autore di quei rigogliosi assoli di tromba – di cui ho fatto cenno all’inizio – e che a distanza di oltre quarant’anni rappresentano ancora dei punti fermi nel latin jazz, sia con il mitico Bobby Porcelli. Due straordinari artisti che ritroviamo ora tra i principali artefici di Why Deny, ma, nel caso non abbiate avuto il piacere di ascoltare il talento di Sheller (tromba) e Porcelli (sax e flauto) negli anni gloriosi con Mongo, vi consiglio caldamente di farlo attraverso un paio di reliquie discografiche come “Mongo At The Village Gate” e “Mongo Santamaria Explodes At the Village Gate”. Si tratta di musica brillante, ibrida ma trasparente, con le differenti radici culturali in bella mostra, groove intenso, ritmiche sorprendenti per quegli anni, virtuosismo mai debordante ma efficace. Considerati i livelli tecnici raggiunti dalle nuove generazioni qualcuno potrebbe storcere il naso perché quel sound rappresenta il passato. E’ vero, ma in parte. Perchè quel mondo che è stato un faro che ha guidato le conoscenze della mia generazione (e questo certamente non è importante ai fini del valore estetico-musicale di quel movimento) rappresenta comunque un punto di riferimento fondamentale per i giovani musicisti più titolati che vogliono navigare senza sbandamenti nel mare del latin jazz odierno.
Concludendo. Why Deny, è un lavoro stupendo, 6 brani strepitosi dove gli eccellenti musicisti imbarcati nell’operazione (oltre a quelli citati, anche Chris Rogers alla tromba, figlio del trombonista Barry) hanno modo di farsi valere singolarmente e nell’insieme. Il progetto raccolto nell’album meriterebbe un discorso più lungo e approfondito (e forse interesserebbe solo gli appassionati più sofisticati) in quanto l’ottimo Sheller – infaticabile e attivissimo compositore-arrangiatore nonostante non sia più un giovincello – nello sperimentare nuove vie dell’arrangiamento orchestrale, con colori e sapori latini incorporati delicatamente nelle varie modalità espressive, forse sta già codificando un nuovo linguaggio. Una sorta di jazz sincretico, nuovo, con swing, patterns e accenti afrolatini ben mimetizzati.

Gian Franco Grilli

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