Il termine ‘trova’ designa nella lingua spagnola un impulso che
riunisce spontaneamente gli artisti attorno alla canzone come forma espressiva.
Così scrive Fabio Veneri nel retro copertina del suo libro ‘Trova Viva’, da cui
ho occasione per la seconda volta di trarre spunto per una biografia, come mi
capita di dire ogni tanto, un po’ fuori dalle righe, in quanto il nome del
colombiano Lizardo Carvajal, come in precedenza il cubano William
Vivanco, non si collocano nei circuiti della musica ‘ballabile’.
Ma se volete dedicare un po’ del vostro tempo ad una pausa di riflessione
musicale, andate sul sito dell’artista di oggi, definito un ‘menestrello’ per il
suo modo di cantare: potrete scaricare tre brani per ognuna delle sue quattro
produzioni che ha realizzato finora e farvi, come sempre, le vostre idee.
Lizardo Carvajal è nato nel 1979 nella città colombiana di Cali, città
tropicale e salsera per eccellenza, vero e proprio centro di propulsione
musicale fondamentale per tutta l’America Latina. Non a caso, qui nascono
personaggi come Andres Caicedo, autore di culto con il suo "Que viva la
música!" ed uno stile peculiare di definire quella musica che oggi
caratterizza non solo il ballo, ma anche varie forme di socialità nel
continente.
Figlio della canzone latinoamericana, cantautore urbano, erede purissimo di
grandi trovadores come Víctor Jara, Georges Brassens, Chico Buarque de Hollanda
e Silvio Rodríguez, le radici della musica di Carvajal affondano nella più pura
e consapevole tradizione del canto latino americano: dalle poesie di Nicolas
Guillen musicate dai Quilapayun alla tecnica orchestrale di suonare la chitarra
del già citato Silvio Rodríguez, dal bambuco colombiano al vals peruviano, senza
dimenticare la lezione estetica essenziale della bossa nova brasiliana.
Cantautore urbano e con la predisposizione alla fusione delle sonorità, Carvajal
non disdegna il ricorso tematico anche alla tradizione culturale europea: dalla
pittura cubista al cinema italiano. Ciò che nasce è un percorso stilistico che
propone ritratti di un America Latina che cambia cosciente dei propri motivi
fondanti, sempre tracciati con ironia ed arguzia.
Carvajal ha portato in giro le sue canzoni in tutto il continente: a Cuba, in
Venezuela, Ecuador, Perú, Bolivia, Cile, Argentina, Uruguay e Brasile,
ambasciatore di un’ideale abbraccio continentale.
Sintomatica, da questa punto di vista, è una sua composizione poetica, “Ojala
nos invadan” (“Magari ci invadessero”), dove viene ribaltata la classica
antinomia colonizzatore/colonizzato: Carvajal canta la solitudine del suo paese
e si augura che, per la prima volta nella storia, ad invadere la nazione
colombiana, sia l’America Latina, la Nuestra America di José Martì, quella degli
indios e dei desaparecidos, in modo tale da porre fine agli squadroni della
morte, ridare il sorriso agli abitanti e l’assistenza sanitaria ai bimbi,
emblema cioè del suo essere, un romantico cantore delle passioni, della
giustizia sociale e delle contraddizioni della vita ‘sociale’.
Discografia –
Fabulàrio (2005);
Rojo (2007);
Diez Canciones De Amor (2008);
Manda Un Mail (2009)
Fonti informative :
website: lizardo-carvajal.com;
‘Trova Viva’, di Fabio Veneri – Editrice Zona (Arezzo);
website: cultura latina.it;
website: javierheraud.splinder.com/tag/colombia





























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