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EL CANARIO a ruota libera

Intervista a cura di Gian Franco Grilli

Se si parla dell’Eroe dei due mondi, ci si riferisce a Garibaldi. Se in ambiente artistico viene citato L’Urbinate, il pensiero va all’artista Raffaello Sanzio di Urbino. E con traslati e metafore potremmo continuare, ma ci fermiamo con El Canario. Che si scrive José Alberto Justiniano, e forse non tutti lo sanno, ma invece tutti conoscono le caratteristiche musicali principali e la specificità (chi non la conosce la scoprirà leggendo) di questo grande artista di cultura ispanoamericana, e che abbiamo potuto intervistare, grazie agli organizzatori del Bologna Salsa Festival 2010, al Palacavicchi di Pieve di Cento (Bo). Il colloquio è stato raccolto nel backstage, per la verità abbastanza rumoroso, pochi minuti prima dell’inizio del concerto. Un ping pong velocissimo, che non ci ha permesso di calibrare al massimo la conversazione, tuttavia speriamo di essere riusciti a farci raccontare le tappe più importanti della carriera di questo brillante artista latinoamericano, elegante nell’abbigliamento e nei modi, che sa relazionarsi apertamente con gli interlocutori e non sfugge a nessuna domanda, anche la più imbarazzante. Una gran persona. Ecco il dialogo mentre l’amico Roberto Rabbi scattava qualche foto.

Eri già venuto a Bologna o nelle zone limitrofe emiliane?
Sì, non ricordo esattamente quando, ma sono stato molte altre volte in Italia e credo proprio di essere venuto qui vicino.

Il Cubalibre che stai sorseggiando mi richiama alla mente Cuba, dove sei stato molti anni fa con la Tipica 73. E’ vero?
Sì, esattamente nel 1978. Io in quel momento ero il vocalist principale della Tipica 73, che è stato il primo gruppo di salsa operante negli USA ad andare nella Cuba del regime castrista. Era il mese di ottobre, poi nel febbraio successivo, nella stessa capitale cubana, arrivò anche la delegazione musicale Fania All Stars.

Un evento storico, dunque, e vuoi ricordarci alcuni dettagli?
Andammo all’Avana a registrare un disco negli studi dell’Egrem situati in calle San Miguel ( tra Campanario y Lealtad, Centro Habana -nda) con il produttore-artista Tony Taño. Si trattava di una sorta di interscambio culturale con il gruppo Irakere, che era stato invitato a suonare negli Stati Uniti dietro invito della CBS, che distribuiva le produzioni Fania.

Un album in cui tra l’altro sono ospitati musicisti cubani. E’ così?
Sì, artisti straordinari e di cui spero ricordare i vari nomi, Felix Chapottín, Richard Egües, Rafael Lay, Guillermo Barreto, Tata Güines, Pello El Afrokán, Bacallao, el Niño Rivera. Furono registrazioni con un sistema a 8 canali. Io ero la prima voce mentre i leader dell’orchestra erano Sonny Bravo e Johnny Rodriguez, la nostra band era di dodici elementi.

E cos’altro ricordi di quel soggiorno artistico?
In quei giorni suonammo nel Tropicana e nel cabaret El Mambi, era molto vicino al Tropicana ma già non esiste. E su quel palcoscenico ci alternammo con Irakere.

Con quella formazione che li portò all’apogeo nel nuovo panorama del jazz. E non ci fu una descarga?
Sì c’erano Paquito D’Rivera, Arturo Sandoval, Carlos Del Puerto, Chucho Valdés ecc., non ci fu descarga vera ma alcuni di loro si mescolarono a noi per un momento credo fossero Chucho, Paquito e…

E immagino avrai incontrato altri grandi artisti, soneros, rumberos, boleristas e…
Ah… sì, Miguelito Cuní, Fernando Alvarez, Elena Burke, Los Reyes del ‘73, Ritmo Oriental e al momento non ne ricordo altri.

Possiamo dire che, in un certo senso, sei stato uno dei primi ad ‘infrangere’ il “bloqueo” economico e culturale del governo Usa. Ma non ti ha creato conseguenze nella carriera?

Io non ho subito richiami o punizioni perché ero solo un cantante, e non uno dei bandleader come Bravo o Rodriguez.

Ti è andata bene; ma dopo sei ritornato altre volte a Cuba?
No, non sono più tornato, e sai perché? Per rispetto verso Celia Cruz e i cubani dell’esilio. Io non voglio discorsi politici, comunque queste sono persone, colleghi a cui vengono tolti diritti e io non lo condivido.

Però l’Isla Grande e i suoi artisti li hai nel cuore. Almeno ti alimenti abbastanza con quella cultura, interpretando composizioni di Compay, o di Candido Fabré. Ma con Fabré hai mai lavorato, e quali sono i musicisti o le orchestre cubane che ti piacciono di più?
Quello che dici è vero, tra poco ad esempio potrai ascoltare Chan Chan, che fa parte del disco in uscita. In riferimento a Candido, sì ho cantato A la Hora Que Me LLamen Voy, bellissima, e con Fabré ho parlato al telefono ma non lo conosco personalmente. Chi mi piace di Cuba? Vado matto per Los Van Van, Issac Delgado (un mio amico), e …..Manolito y su Trabuco, di cui ora ho inciso un brano.

Se ti dico “El numero Cien” cosa rispondi?
Coñó, caspita! Il maestro Tito Puente, uno dei grandi con cui ho lavorato tantissimo, che Dio lo benedica, e non finirò mai di ringraziarlo per aver collaborato nel disco di Machito in cui ho cantato. Inoltre ti ricordo che l’ultima incisione di Tito Puente, prima della sua morte, l’ha fatta con la mia orchestra per il disco “Viva la Musica”.

Lavorare con Machito ti ha permesso di conoscere anche Mario Bauzá oppure no?
Si, oltre che con Machito e Graciela Grillo, ho condiviso molti momenti con Bauzá, una grande persona, molto gentile, favoloso musicista. I grandi Machito e Bauzá sono stati, a mio avviso , tra i principali personaggi che hanno permesso l’unione tra il jazz e la musica afrocubana. Nell’orchestra di Machito hanno suonato calibri come Quincy Jones, Dizzy Gillespie ecc. Bene, ci tengo a dirti che l’anno scorso, in occasione dei festeggiamenti per i suoi 93 anni!, Graciela ha cantato assieme a me. Momento bellissimo.

Quando si partecipa o realizza progetti con Tito Puente o Dave Valentin, o al fianco di Giovanni Hidalgo, è naturale immergersi , anche se per poco, nella salsa jazz, nel latin jazz, nella rumba, dove i talenti escono …
Capisco la tua precisa osservazione, sì il confine è labilissimo. Succede che io ho una particolarità, che è quella di giocare con la melodia, con il mio “flauto”, come fosse il canto di un uccellino, il mio fischietto naturale, improvviso fischiando imitando il flauto, e tutto si presta per il latin jazz. Ho collaborato con molti bravi musicisti, improvvisatori, dall’incomparabile Giovanni Hidalgo a Jimmy Bosch e Ricky Gonzalez. Ho lavorato molto con Isidro Infante, ho registrato con la Sonora Poncena, con Oscar de Leon, Celia Cruz ecc.

Prendo spunto dal flauto. Ma hai studiato in gioventù questo strumento o nemmeno il flautino della scuola?
Non ho mai studiato flauto. Invece mio padre mi fece studiare le percussioni da piccolo.

Dove a Santo Domingo o….
…dunque, sono nato in Repubblica Dominicana nel 1958, poi con i miei sono andato prima a Puerto Rico e infine a New York, dove ho studiato le percussioni afrocaraibiche. E negli Usa ho iniziato la mia carriera.

Secondo te ci sono diversi livelli di percezione della salsa nelle Americhe o le latitudini e tradizioni non influiscono ? Cioè in Argentina è uguale a Puerto Rico, Colombia o in Messico ecc.?
Io sono andato molte volte in Argentina, Cile , Uruguay e onestamente ci sono luoghi molto diversi tra loro e l’impatto che produciamo con la salsa è un po’ minore soprattutto dove vi hanno imposto altri ritmi dominanti rispetto al nostro linguaggio. Tuttavia ringraziamo Dio perché riusciamo a farci conoscere anche lì, e tenendo presente che sono posti dove non è facile penetrare.

I cubani dicono di aver portato il maggior contributo al fenomeno salsa, un dibattito non nuovo e che scatena polemiche accese tra i salseri doc. , ossia coloro che seguono il movimento da tempo e con metodo. Ma, se non ti dispiace, vorrei sentire la tua opinione.
E’ un piacere parlare di questo, non mi preoccupa. Un discorso lungo da fare, ma ora in modo secco e comprensibile ti dico che noi siamo una copia raffinata della musica cubana.

Quel noi sarebbe da articolare e specificare meglio ma hai ragione: non c’è tempo. Allora dimmi, ti senti più guarachero, pachanguero, salsero, rumbero o sonero?
Io canto di tutto, non ho confini, ma mi distinguo meglio come sonero.

Passami la battuta, ti incoroniamo El sonero mayor di Nueva York?
Noooooh (ride!) e poi un titolo così altisonante proprio no, perché c’è già stato el sonero mayor che fu Ismael Rivera, ma io cerco di dare il massimo a questa musica.

Hai figli? E sono già in pista? E nel futuro quali traguardi ti prefiggi di raggiungere?
I miei figli non si occupano di musica, in famiglia solo io lavoro con le note. Ho cinquantadue anni e vorrei continuare a cantare fino all’ultimo giorno della mia vita, naturalmente salsa, ma anche bolero o temi di salsa jazz.

Non pensi che nel mondo dei ballerini di salsa la relativa cultura musicale non sia sufficientemente conosciuta? Voglio dire che non vanno di pari passo.
E’ possibile, ci sarebbe molto da fare, questo evento se ben gestito può essere un buon mezzo di documentazione per far conoscere meglio gli interpreti, chi sono, i loro percorsi, cosa esprimono, un po’ di storia. E’ la documentazione che manca, ma bisogna insistere per diffonderla.

Poc’anzi hai ricordato gli Irakere, i quali avevano un repertorio da ascolto e una parte di musica ballabile ad altissima gradazione e allora….

…ehhhhh, è stata un grande epoca, ma sulla stessa linea mi sento di includere anche la Tipica 73. E credo che questa realtà in qualche modo continua ancora, perchè ci sono orchestre come la Spanish Harlem Orq. che fanno una musica abbastanza simile.

Volto pagina, tanto per dire, e ti chiedo se dei testi più impegnati, con messaggi sociali, potrebbero trovare spazio nella salsa odierna o credi che oramai poeti della salsa come Ruben Blades che riflettevano realtà e sentimenti siano tramontati definitivamente?
Sí, sarebbe possibile perché i problemi non mancano, ma le radio limitano questo perché sono orientate a promuovere canzoni romantiche, eppoi siamo in presenza di un circolo chiuso che dal punto di vista promozionale controlla quasi tutto, e le poche discografiche che restano non azzardano. Insomma, vengono date pochissime opportunità a giovani talenti.

I latinos che situazione stanno vivendo negli Stati Uniti oggi, con Obama presidente innovatore, che tenta di introdurre novità?
Stiamo vivendo un periodo molto difficile, e sia chiaro non soltanto negli Usa, e, parlando di musica, non solo per la nostra, ma per tutte. A Obama comunque bisogna dargli tempo, è appena un anno che governa e ha incontrato un paese con un deficit di 1.200 trilioni di dollari. Io appoggio totalmente Barack, perché ha afferrato un paese completamente rovinato e la gente non può sperare che risolva tutto in dodici mesi, ma ci vorranno diversi anni per riportare gli Stati Uniti in alto.

Progetti futuri?
Il nuovo disco “Original” che ho già citato e tuttavia non ancora uscito, poi mi attende molto lavoro con tournée, spettacoli, promozioni.

A New York hai una tua orchestra?
Sì, ho una mia band, e quando non posso portarla con me ricorro a collaborazioni di altri gruppi. Come oggi succede con Mercado Negro, con i quali c’è un buonissimo rapporto e lavoriamo assieme da tanto tempo, una formazione di ottimi musicisti con colombiani, cubani, peruviani, venezuelani e… italiani.

Pochi istanti fa mi hai descritto il tuo percorso ‘anagrafico’ da Santo Domingo a New York, via San Juan. Come preferisci essere considerato….
Internazionale! Un uomo del mondo.

Grazie infinite da tutti gli amici di Salsa.it , per la disponibilità , semplicità e la tua umanità dimostrate con questo incalzante e imprevisto botta e risposta.
E’ stato un onore, sono io a ringraziare te e i lettori del vostro portale o i giornali dove pubblicherai questa chiacchierata improvvisata. Ciao



Foto: G.F. Grilli.
Gli scatti che ritraggono l’autore e l’artista sono di Roberto Rabbi.

Gian Franco Grilli

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