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Gli ingredienti fondamentali della vostra ricetta sembrano in gran parte afrocubani. Ma si ha la sensazione che stiate fondendo i vostri patrimoni musicali caraibici per andare oltre, accelerando l’evoluzione naturale del linguaggio percussivo, combinando contesti diversi, tradizione e modernità, viaggiando nel tempo e nel mondo, con ritorni indietro e proiezioni in avanti.
G.H. E’ molto vero quanto descrivi, anche se noi preferiamo dire, prima di tutto, che partiamo dall’afrocaraibico perchè dentro vi è anche il sound cubano che proviene dall’Africa ecc.
La nostra ricetta è innovare, non ha ancora un nome e forse lo troverà strada facendo. Ma intanto possiamo dire che è un amalgama ricchissimo, dove dentro ci sono particelle delle nostre esperienze maturate in tutti questi anni attraverso big band, trio, quartetto, quintetto, settetto, un po’ della carica espressiva dei pionieri della percussione, gli ingredienti ritmici di cui ho fatto cenno prima e ai quali aggiungo timba, hip hop, danzones, son, paso doble, tango, palo, abakuá, toque de güiro, tumba francesa, tambor de yuka, elementi del folklore dominicano come carabiné, mangulina, plena de balsié, eppoi musica jibara, gagà ecc.
H.H. Io direi che il risultato fin qui ottenuto è dovuto a una modalità molto aperta, che va molto oltre l’afrocaraibico, perchè c’è anche jazz, funk, r&b, improvvisazione in dosi significative, swing, il tutto espresso con sentimento e senza traguardi prestabiliti. E la ricezione è diversa, tanto che molte persone ci hanno detto: “caspita, ma questo era un concerto di jazz!”. Ad ogni modo, al di là delle parole e delle etichette, il nostro scopo è fare musica senza frontiere.

Giovanni, ci puoi ricordare qualcuno dei pionieri cui facevi riferimento?
G.H. Sono i grandi baluardi, le roccaforti della percussione, cubani, portoricani, latinoamericani, africani, asiatici ecc., una lista interminabile di nomi. Posso citarne solo alcuni di quelli più famosi, di ieri e di oggi, e prima di fare questo elenco voglio ricordare i miei primi grandi maestri, mio nonno Nando e mio papà «Mañengue», a cui seguono Rafael Cortijo, Candido Camero, Mongo Santamaria, Pello El Afrokán, Carlos Patato Valdés, Tito Puente, Francisco Aguabella, Armando Peraza, Ricardo «Papín» Abreu, Tata Güines, Miguel «Angá», Ray Barretto, Anthony Carrillo, Rey Romero, Tommy López, Airto Moreira ecc. ah… l’indimenticabile Ustad Alla Rakha, che Zakir Hussain – suo figlio – mi ha fatto conoscere accompagnandomi due volte a Bombay. Infine nomi meno noti ma importanti, ad esempio alcuni dell’isola di Santo Domingo, Catarey, uno specialista di tambora, poi Bocachula, Chocolate, poi ci sarebbero i percussionisti della Giamaica e di Haiti. Un capitolo a sé andrebbe a José Luis «Changuito» Quintana, che ho conosciuto nel 1981 all’Avana grazie a Cachete Maldonado, altro grande percussionista e leader di Batacumbele. Changuito lo considero un mio gemello, anche se è nato in un’altra isola e ha qualche anno più di me, tra me e lui c’è feeling, telepatia, è un percussionista rivoluzionario, geniale e so che i lettori della vostra rivista lo conoscono molto bene.
Nel progetto, ci sono parti studiate a tavolino che vi guidano nelle diverse declinazioni, o c’è libertà assoluta di esprimere pienamente la personalità di ognuno nella performance?
G.H. Abbiamo lavorato con una bozza e sulla quale siamo intervenuti quando necessitava, c’è uno schema scritto con dei punti di riferimento, qualche piccola partitura, e una parte astratta. Ma direi che il progetto è già scritto nella nostra mente e nell’anima, trasformiamo la nostra energia attraverso la fantasia del fanciullino che vive dentro ogni essere umano. Noi potremo arrivare fino a 120 anni e saremo sempre accompagnati dallo spirito di questo «bambino» che ci arricchisce e al quale diciamo grazie. E questo, credo, avvenga un po’ anche nel tuo lavoro giornalistico, nel mettere a fuoco gli artisti, è un disegno eterno, un paesaggio che continuiamo a dipingere.
H.H. Diamo molta importanza alla musica, alla percussione afrocaraibica e a quella universale, soprattutto per stabilire una conversazione aperta, sulla strada del sentimento. Quindi io vedo questo percorso come un dialogo tra due persone che parlano molte lingue: dicono tre parole in inglese, due in francese, cinque in spagnolo, quattro in portoghese, due in arabo ecc. La somma di tanti idiomi per trovarne uno nuovo e speriamo di riuscire a trasmettere qualcosa anche al pubblico, in particolare nei workshop, ma anche nei concerti. E’ così ognuno potrà poi costruirsi il proprio mosaico musicale.

Il proverbio dice: non si può avere moglie ubriaca e botte piena. Questo riferimento per domandarti se espressività e tecnica (e di questa voi ne avete da far paura!), ragione e sentimento possono coesistere, in equilibrio.
H.H. – E’ vero, ma non sempre. E cerco di spiegartelo con questo esempio legato a un boxer cubano molto famoso, Teofilo Stevenson. Si tratta di un uomo grezzo, poco raffinato, nel senso che era quasi analfabeta, e una volta un giornalista gli fece questa domanda: “Cosa può dirci della sua tecnica?” E Stevenson rispose: “la tecnica è la tecnica, e senza tecnica non c’è tecnica”. Questa la dice lunga sull’argomento, lui allo stesso tempo era ignorante e saggio.
Una domanda sulla strumentazione: in duo è più ricca o più povera?
H. H. – Quando si lavora in due, più timbri si hanno e maggiori sono le possibilità di giocare con sonorità, dinamiche e tessiture. In pratica, per me – ma penso valga anche per Giovanni – non cambia granché la composizione di casse, tamburi ecc. con il variare dell’orchestra; posso dire che negli ultimi anni ho adeguato il set della batteria in relazione al tipo di musica e all’artista con cui stavo suonando. Con «Mañenguito», ad esempio, uso lo stesso set che da tre anni adopero con Italuba.
C’è una tecnica specifica per trovare concentrazione ed energia prima di salire sul palco? E in pedana, pur nell’amicizia e rispetto l’un l’altro, non scatta mai un po’ di competizione?
G.H. – La concentrazione comincia quando mi sveglio, è come una sorta di cellula, di atomo che ti stimola costantemente la mente come un bip bip. In fatto di energia, credo di essere sempre sotto carica perchè non mi stacco quasi mai dal mio mondo, quello di cui sono innamorato in modo totale. E ti confesso che io dormo con le mie tumbadoras nella stanza, vicino al mio letto. Veramente, e non è un modo di dire. Quando mi alzo le bacio e comincia una nuova giornata. E credo che qualcosa di simile faccia anche «El Negro», naturalmente in formato ridotto, con bacchette e altri aggeggini. Rivalità? Prima, viene la solidarietà di sviluppare questo colpo, quel tal pattern per il successo della nostra macchina, poi un po’ di sana competizione c’è, una cosa che avviene con chiunque, anche con i miei familiari perchè fa parte della vita.
Si racconta che negli anni Quaranta il gruppetto di jazzisti che gettò le basi del bebop a New York suonasse cose complicatissime a ritmo forsennato per scoraggiare i meno dotati a partecipare alle sedute. Ascoltando i sette pezzi di “Traveling Trough Time” – cha hanno una carica vertiginosa e La Maquinita, il primo brano brano, è lì a dimostrarlo – si ha un’impressione analoga, al punto da intimorire.
H.H. – Non so darti una risposta precisa. Ma posso dirti che quando abbiamo registrato il lavoro non pensavamo affatto di fare cose difficili e paradossalmente nemmeno a quanto stavamo realizzando in quel momento. Tutto dipende dalla situazione e dalle vibrazioni, e noi cerchiamo di plasmare l’allegria, il feeling, e quel tipo di swing scaturisce dal contesto. Ad esempio, quando suono con Giovanni Hidalgo io raggiungo il top dell’entusiasmo, perchè lui è uno dei miei miti e il fatto di condividere il palco con un artista che ammiro tantissimo mi dà una carica e un’ispirazione incredibili.

Capisco la vostra filosofia, ma onestamente e senza ipocrisia, quanti sono i percussionisti in grado di sintonizzarsi sulle vostre frequenze improvvisative e riprodurre tali intricatissime concatenazioni ritmiche? E il programma del workshop è basato sui pezzi del cd?
G.H. – Io credo, veramente, che tutti possano seguire il succo energetico che riusciamo a mettere in scena. E’ vero che non tutti possono arrivarci con la stessa facilità ed è per questo che nel nostro menù mettiamo un po’ di tutto e poi lo spieghiamo agli incontri. Riprendo il discorso di Horacio di poc’anzi e la tua citazione per sottolineare qualcosa che aiuta a capire meglio il nostro percorso. Ci tengo a dire che noi non siamo soltanto musicisti o percussionisti, ma idealmente anche dei piccoli scienziati, biologi, pittori, archeologi, psicologi e sociologi. Lo strumento in sé non ci regala una espansione spirituale e mentale così vasta da indagare in modo tanto ampio l’arco delle sette note e quindi interveniamo con una sorta di filosofia della percussione.
H.H. – Prima rispondo alla seconda parte della domanda. Nei concerti, la proposta è un po’ più strutturata, con brani presenti nell’album, mentre il workshop è più dedicato alla trasmissione agli allievi del nostro concetto di percussione, delle ragioni perchè facciamo queste cose, in questo modo ecc. Ad esempio il tuo riferimento alla velocità, alla tecnica, è un dato obiettivo e va riconosciuto e questo è vincolato a tantissime ore di pratica e non tutti possono permetterselo. Ma io sostengo che se uno tiene il dono del ritmo può suonare comunque più lento quello che invece Giovanni e il sottoscritto interpretano rapidissimamente e trovare lo stesso spirito e l’allegria. E’ una maniera di affrontare la cosa da un altro punto di vista.
Giovanni, nel tour hai presentato anche il tuo cd: “Silvergold”. Nel mimetismo sonoro della traccia n.7 (la title track) scorgo echi cubani, ma al miscroscopio cosa emerge nella base di quella cellula ritmica? E nel brano ‘Loving Drums’, chi sono i protagonisti dell’interminabile assolo che si muove tra diverse percussioni?
G.H. – La composizione che dà il titolo a Silvergold (l’ultimo album con il mio quartetto) è una elaborazione basata sulla comparsa cubana su cui si innesta un mix che declina in più direzioni. Per quanto riguarda Loving Drums, ho capito che hai intuito (ride, nda) perché nelle note di copertina non è stato scritto che l’unico interprete del brano sono io: rientravo da un lungo viaggio, c’era poco tempo per finire le registrazioni e così mi sono occupato di tutto in questo pezzo, ma credo di essere riuscito a dimostrare che anche gli strumenti a percussione sono melodici. Inoltre ho disegnato i ritmi pensando anche al regista cinematografico che cerca suoni da inserire in colonne sonore: lì potrà trovare materiale utile, prendere il frammento che può servire per un film, un documentario.

Quali sono i progetti futuri, e non solo discografici?
H.H. – Non ho ancora la data dell’uscita ma il prossimo album è Italuba III, che abbiamo finito di registrare un mese fa a Madrid. Questo è l’unico progetto a mio nome e appena sarà pubblicato penso di promuoverlo con un tour. Stiamo registrando con Giovanni il secondo capitolo di Traveling Through Time e poi sta per essere pubblicato un lavoro di world music dove ho suonato con il pianista turco Fahir Atakoglu, John Patitucci, Randy Brecker, e Bob Mintzer. E poi tra le altre cose conto di tornare all’Avana, nella zona de La Vibora, come faccio tutti gli anni per rivedere le mie due figlie e i famigliari.
G.H. – Ho dieci progetti di musica folclorica che vorrei far uscire, ma vista la crisi mondiale con il promotore europeo si è deciso di dare priorità a un lavoro con il mio quartetto aggiungendovi un trombettista. Una miscela di timba, rumba, bossanova, un paio di cha cha ecc.; ho già scritto la musica e appena possibile iniziamo a registrare. Nel frattempo farò altre collaborazioni, voglio stare un po’ con mio figlio Ianmanuel (vent’anni, percussionista) e mia nipotina Gianna, che vivono in Florida , e conto di andare un paio di volte a Porto Rico, come faccio ogni anno, a vedere altri familiari.
Finisce qui la chiacchierata con «El Negro» e «Mañenguito», a loro merito va la sincerità di non essere sfuggiti anche a domande scomode.
Foto: dell’Autore.
Si ringrazia per la collaborazione: Associazione Caribe (asscaribe@libero.it).
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