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Horacio «El Negro» Hernandez e Giovanni Hidalgo – 1a parte

HORACIO «EL NEGRO» HERNANDEZ e GIOVANNI HIDALGO: ritmi inauditi, viaggiando nel
tempo e nel mondo.

di Gian Franco Grilli



Sul mensile PERCUSSIONI –Batteria et percussioni (n.208- luglio-agosto 2009, in edicola a € 6,00) è pubblicata la cover story di Gian Franco Grilli dedicata al duo Horacio “El Negro” Hernandez – Giovanni Hidalgo.
Ringraziamo il direttore del mensile, Alfredo Romeo, per averci consentito la
diffusione della prima parte dell’intervista, mentre la seconda parte la potrete leggere nelle prossime settimane.

I sentieri alternativi, sonori o turistici, sono poco battuti perchè ritenuti meno facili da percorrere e più difficili da interpretare. Ma sono proprio quelli che ci svelano paesaggi pittoreschi e spesso irreali. Inaspettati. Incredibili. Un piacere che ho provato due volte, almeno, nell’arco di poche ore: la prima, tra le colline pesaresi dove il Metauro bagna il fazzoletto di verde sul quale si aprono le porte dell’affascinante azienda agrituristica biologica Mulino della Ricavata; la seconda, nel Teatro Bramante di Urbania, quando il conguero portoricano Giovanni «Mañenguito» Hidalgo e il batterista cubano Horacio «El Negro» Hernández hanno snocciolato ritmi inauditi, unici, difficili da incasellare, eseguiti in modo sconvolgente e con intrecci strumentali stellari, tali da catturare non solo il sottoscritto ma il folto pubblico che ha assistito alle performance dei due prestigiosi percussionisti. Artisti in possesso di una corposissima biografia, basti dire che con i generi praticati e i nomi dei musicisti con i quali hanno suonato si potrebbe realizzare una mini-enciclopedia della musica.
Il mondo fin qui descritto è andato in scena il 21 febbraio 2009, nella tappa marchigiana della tournée europea dei due musicisti per presentare, con workshop e concerto, il loro lavoro raccolto nell’album Traveling Through Time, pubblicato ora da Incipit Record (distr. Egea), la stessa etichetta discografica di Silvergold, l’ultimo lavoro firmato da Giovanni Hidalgo con il suo quartetto (senza «El Negro»).

   

Con questo progetto, il magico duo cerca di difendere e valorizzare i fondamentali verbi del mondo afrocubano e afroportoricano derivati da secoli di tradizioni coniugandoli con grammatiche sonore e ritmi inusitati, indagando e nuotando lontanissimo dalle sponde originarie, e senza temere di affogare. Infatti, Hidalgo e Hernández sono forse gli unici che possono avventurarsi in imprese tecnicamente così strabilianti, tanto che i pochi – percussionisti, appassionati o non – che avevano avuto finora la rara fortuna di vederli all’opera affermano: un binomio ritmico di tale spessore non è mai esistito prima nel Pianeta. E anche linguisticamente sono lungimiranti e, senza nasconderlo, ambiscono a unificare in un idioma universale quasi tutti i ritmi importanti del mondo. Ogni esibizione di questi percussionisti ecumenici è al tempo stesso un evento e una jazz-worldmusic session indimenticabili. Da non perdere, perchè mai come in questo caso il proverbio cinese è azzeccato: “vedere una volta è come sentire mille volte”. Infatti, l’audio da solo non permette di capire certi misteri presenti nel cd.

      

Per avere uno strumento interpretativo più solido, prima dell’happening, il manager Enrico Iubatti mi ha fatto incontrare i due celebratissimi musicisti, non nel prevedibile camerino del Teatro, bensì al tepore di un rustico focolare mentre Anna Faggi, titolare e cuoca del Mulino della Ricavata, spiega gli ingredienti di squisiti ravioli alle erbe spontanee con ricotta, dello spezzatino di carne biologica e della crostata accompagnati da bicchieri di rosso delle colline pesaresi. Tra questi profumi si è svolta la seduta a tre, senza sapere dove la conversazione ci avrebbe portato, pur sforzandomi di tenere, in equilibrio, la barra sulla rintracciabilità (non dei cibi) di ciò che sta alla base del progetto sonoro del duetto. Sono emersi così stili, frammenti ritmici, modi di combinarli e incorporarli successivamente in altri linguaggi, sogni. “E’ un amalgama colorato” sottolinea Giovanni “di ritmi afrocaraibici, world music, che unisce clave, cascara, guaguancó, columbia, toque batá, cha cha chá, conga, songo, bomba, plena, samba, merengue, reggae, jazz, free, funk”. E Horacio manda giù un boccone prima di aggiungere che “non ci sono confini e limiti stilistici in questo straordinario viaggio musicale con «Mañenguito», che è un mio idolo e il suo modo di creare e inventare poliritmie mi offre tanta ispirazione per mescolare rullanti, casse, hit hat, piatti, claves, wood block e campane con il suo set di tumbadoras, timbales e bongo”.
Per entrare nel magico viaggio di Traveling Through Time, decidiamo di partire da molto lontano, dal primo incontro dei due magnifici performer, ripercorrendo qua e là momenti delle rispettive e variegate precedenti esperienze.

      

Quando, dove e come è nata la prima vostra collaborazione, da cui poi deriverà questo duo vertiginoso, e uso tale aggettivo perchè in qualche modo “accompagna” la vita di Horacio?
Giovanni Hidalgo – Ci siamo conosciuti nel 1981 a Cuba, con jam session sia all’hotel Oasis di Varadero che in locali all’Avana: io ero con il gruppo Batacumbele e Horacio con il Grupo Proyecto di Gonzalo Rubalcaba. Poi abbiamo suonato assieme altre volte: nel 1984, quando tornai a Cuba; nel 1990, a Roma; nel 1995, negli Stati Uniti, dove poi nel 1997 prese avvio il progetto in duo.
Le Anime Vertiginose.

Horacio, tu sei nato nella culla della tumbadora, un paese dove si canta la supremazia del cubano nelle arti, e non solo. Questo «matrimonio» con Giovanni non credi abbia turbato il senso patriottico di qualche tuo conguero connazionale?

H.H. – Se c’è qualcuno che si è infastidito non è un problema mio (ride, «El Negro»). Si pensi ciò che si vuole, ma questa è una dimostrazione concreta che l’arte non ha patria, e un atteggiamento ostile lo vedrei come una sciocchezza. Semmai ci sarebbe da sottolineare una cosa che spesso sfugge: Cuba ha degli eccellenti congueros, però molti sono di livello mediocre. Quindi il luogo di nascita di un artista non è sempre determinante, conta si più la miscela del suo talento naturale con l’applicazione e l’amore nello studio della musica. Il caso di Giovanni non rappresenta poi nulla di speciale, viene da un’isola dove si vive e si gode la stessa musica – che sia salsa o tradizionale cubana o latinjazz – presente in ogni angolo del Caribe, dal Venezuela a Panama, da Santo Domingo alla Colombia. Dobbiamo poi prendere atto che in questo momento ci sono ottimi congueros e batteristi di spirito latino di nazionalità giapponese, cinese o finlandese, e ciò significa che oggi più che mai la musica rompe frontiere. E il nostro progetto va in quella direzione.

     

G.H. – La domanda era per Horacio, condivido le sue parole, ma, se posso inserirmi, aggiungerei una curiosità che molti non sanno: quattro anni fa ho scoperto da mio padre «Mañengue» che mia nonna, Maria Luisa Maisonet Marrero, nacque a Cuba e si trasferì a Porto Rico quando aveva cinque anni. Quindi anch’io ho un po’ di sangue cubano nelle vene e pertanto ritengo che una parte della mia musicalità viene anche da Cuba attraverso mi abuela Maria Luisa, la cubana, che era una ballerina. Una notizia su uno dei miei avi che mi ha sorpreso, e l’ho appresa da poco tempo perchè dicono che in passato i nostri anziani non parlavano molto delle loro storie.

Quali sono le ragioni alla base di questo binomio percussivo?

G.H. – E’ un formato che avevo sperimentato più volte con i miei familiari, lo faccio ancora e ho molto rispetto per loro. Ma l’idea di questo progetto speciale con «El Negro» mi cominciò a frullare per la testa quando lo vidi suonare assieme a Roberto Vizcaíno, e benedirò sempre quell’evento perchè lì si trova l’origine del nostro attuale sodalizio. Ricordo che anni dopo quella prima visione ebbi la possibilità di risentirli suonare e restai tanto affascinato dal sound che la mia mente mi portò dentro l’Avana. Con Horacio si parlò molti anni fa di intraprendere questa strada e io ero convinto che ne sarebbe uscito un lavoro fantastico. Poi un bel giorno a Berklee gli dissi: “Yimbo (che ha lo stesso significato di nagüe, ekobio), ovvero fratello, perchè non ci mettiamo a studiare il progetto in duo?”.> E Horacio rispose “e cosa aspettiamo?”. Così iniziammo a registrare Traveling Through Time con un Dat, lo mettemmo da parte per po’, poi lo riprendemmo ed eccoci qua.

   

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Ma il cd “Traveling Through Time” (Incipit Records, 2009) è la parte audio prelevata dal dvd omonimo, bellissimo e inedito in Italia, o sono nuovi brani registrati recentemente? Eppoi, tra i generi musicali dove lo collochereste?

G.H. – Le cose stanno così: prima nacque il cd e successivamente realizzammo il dvd omonimo. Recentemente avevamo incominciato a parlare se fare una nuova produzione del dvd ma poi si è optato per il cd e comunque si tratta delle registrazioni effettuate nel 1999. Questo è un lavoro che ha creato un frastuono nell’intero pianeta e non solo tra i percussionisti.
H.H. – Senza alcun dubbio, questo cd va sistemato nel settore della world music.

Fine prima parte.

Foto: dell’Autore.

Si ringrazia per la collaborazione: Associazione Caribe (asscaribe@libero.it).



 

 

Gian Franco Grilli

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