La cantante di Cuba celebra con il nuovo Cd, «Gracias», sessant’anni di musica: dalle battaglie de los muchachos del feeling ai successi del Buena Vista Social Club.
di Gian Franco Grilli
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Su Musica JAZZ – n.01, gennaio 2009 – è stampata un’intervista a Omara Portuondo. |
Il feeling – come il bolero, la trova, il tango ecc. – ha il suo «rincón» (angolo) dove si ritrovano gli aficionados. Dov’è oggi il tempio avanero del bolero jazzato?
Il Rincón del Feeling ha avuto sede nel Pico Blanco fino a qualche anno fa, ma ora non è più il ritrovo dei filineros. Oggi nello stesso luogo, il Pico Blanco, all’ultimo piano dell’Hotel St. John – quasi all’angolo con il jazzclub La Zorra y El Cuervo – puoi ascoltare feeling mescolato ad altri stili. Per esempio, Beatríz Márquez si accompagna con il piano cantando bolero, feeling, son, cha cha chá. Purtroppo il tempo passa, i fondatori del feeling sono quasi tutti scomparsi, l’unico vivente è l’ottantasettenne César Portillo de La Luz: lui non lavora più, ma le sue composizioni e gli altri «classici del feeling» continuano però a circolare con vigore.
Dagli anni Settanta lei è la voce di Cuba che più di ogni altra ha girato nel mondo; negli Ottanta ha fatto tappa anche in Italia accompagnata dalla band di Adolfo Pichardo con il dotatissimo chitarrista cieco Martín Rojas, e in quell’occasione ci siamo conosciuti. Oggi dov’é Martín? E ci sono differenze tra le sobrie tournée dell’Ottanta e quelle sfavillanti di oggi?
Da diversi anni Martín Rojas – uno dei fondatori della Nueva Trova e ottimo compositore – vive con la sua famiglia a Miami, sta bene e nel mio nuovo Cd interpreto una della sue canzoni che si chiama Cuento para un niño. Ricordo bene quegli spettacoli, uno spirito diverso, una scarna «dieta», come diciamo noi a Cuba, per riferirci ai pochi dollari di diaria che avevamo per le piccole spese. Ma tutto era a carico degli italiani e in molte situazioni eravamo ospiti nelle vostre case. Per me è stata un’esperienza meravigliosa perchè trovavamo un appoggio spontaneo per far conoscere la nostra cultura, esclusa allora dai grandi circuiti internazionali. Non dimenticherò l’amicizia che ci avete dimostrato, quelle iniziative ricche di sentimenti, di valori e voglia di scambiare conoscenze, e senza il denaro di mezzo.

Ma oltre al pane ci voleva il companatico. E alla fine del secolo scorso l’evento inatteso grazie ad alcune coincidenze e all’abilità di Ry Cooder & C. Dal momento della sua consacrazione «a diva del Buena Vista Social Club» quanto e come sono cambiati psicologicamente la sua vita e il suo ruolo di artista?
Innanzitutto, mi preme dire che il risultato del Buena Vista – fenomeno musical/mediatico – dimostra l’errore di chi vi chiedeva di accorciare le nostre esibizioni. Tanti si sono ricreduti vedendo il successo mondiale del progetto di Ry Cooder & C: è lo stesso materiale di quindici anni prima ma con un buon marketing alle spalle. Certo l’evoluzione fa modificare il pensiero ma… Comunque, è un riconoscimento al preveggente lavoro della vostra organizzazione, l’Associazione culturale Caribe. Ora rispondo alla domanda. Sono la medesima persona che lei ha conosciuto negli anni Ottanta. E’ vero, ora ci muoviamo nel business, ritorniamo a casa con un po’ di soldi. Io vivo sempre nel Vedado all’Avana, stessa casa, non c’è niente di grandioso od opulento dopo il successo. La cosa più grande è vivere nella mia terra con i miei famigliari, anche se mi mancano i colleghi scomparsi del Buena Vista e restano in pochi, tra cui Manuel Guajiro Mirabal, Cachaito López che portano avanti il gruppo incorporando giovani talenti come il percussionista Terry e Rolando Luna, pianista e ottimo jazzista.

Con Buena Vista è andata a festival del jazz, condividendo il palcoscenico con grandi figure della musica afroamericana.
Sì, ricordo quello in Giappone assieme a Herbie Hancock, Michael Brecker cantando standard jazzistici; poi il Jazz Heritage di New Orleans, che fu anche l’occasione per vedere lo splendore della città che considero il punto di partenza della storia del jazz. Un luogo che auspico riprenda la sua vita normale dopo il disastro di Katrina, una vicenda con gravi responsabilità dei governanti, una brutta pagina che mi ha fatto male per il rifiuto di Bush al nostro Paese che offriva trecento medici volontari per aiutare gente disperata e malata.

In pista dagli anni Quaranta: vuole ricordarci il primo e l’ultimo album da solista?
«Magia Negra» è il disco del debutto come solista e lì combinavo musica cubana con il jazz nordamericano, includendo versioni di That Old Black Magic e di Caravan, ma anche pezzi cubani come No puedo ser feliz del grande direttore e compositore Adolfo Guzmán. Registrammo il disco nel 1958, negli studi di Radio Progreso all’Avana poco prima di andare a suonare al Club Fontainebleau di Miami, con bravi musicisti tra cui il pianista-jazzista Julio Gutierrez e il batterista Walfredo de Los Reyes, che poi lasciarono Cuba. «Gracias» è l’ultimo cd: vi celebro sessant’anni di attività e lo dedico a tutti coloro che mi hanno aiutata in questo percorso artistico: compositori, arrangiatori, produttori, pubblico. Per questa importante tappa ho voluto con me musicisti e cantautori eccezionali, tra cui i miei connazionali Pablo Milanés, Cachaito López e Roberto Fonseca, l’uruguayano Jorge Drexler autore della title-track Gracias che cantiamo assieme; il chitarrista Swami Jr., brasiliano come Chico Buarque con cui duetto in O que será, poi il contrabbassista israeliano Avishai Cohen e il multipercussionista indiano Trilok Gurtu. Nel cast, tra gli altri, ci sono anche Chucho Valdés – che interpreta Nuestro gran amor, una composizione di mio figlio Ariel Jiménez Portuondo – e Rossio Jiménez, la mia nipotina di nove anni con la quale canto la famosa Cachita del portoricano Rafael Hernández.

Foto: Gian Franco Grilli
Foto1 – 1985: Omara Portuondo a Bologna. Da sinistra, il sassofonista Armando Rodríguez con il güiro, Martín Rojas alla chitarra, il leader-tastierista Adolfo Pichardo, la cantante e il bassista Antonio Pérez
Foto2 – 2002: L’Avana, in Callejon de Hammel. Il trovador Angelito Díaz davanti all’edificio dove risiede: lì nacque il Movimiento Filín o Feeling.
Foto3 – 1984. L’Avana. Hotel Vedado. Cesar Portillo de la Luz al bar
Foto4 – 2002. L’Avana. Cesar Portillo de la Luz nella sua abitazione
Targa Movimiento Filin
dal booklet di “Gracias”:
Omara e il figlio Ariel Jiménez; Rossio Jiménez e la nonna Omara;
Gian Franco Grilli



























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