Nel parlare della musica che lo vede come grande caposcuola, il leader di Irakere ricorda che ad aprirle la strada fu, sbarcando all’Avana, Dizzy Gillespie.
All’intervista ha partecipato anche la vocalist Mayra Caridad Valdés, sorella di Chucho, e figlia di Bebo Valdés, il grande pianista che abbandonò Cuba nel 1960. Ecco il racconto della chiacchierata raccolta a Verona Jazz 2008.
di Gian Franco Grilli
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Sul mensile Musica JAZZ – n.12, ottobre 2008 – è stato pubblicato un Focus su… Chucho Valdés di Gian Franco Grilli. Ringraziamo la direzione di Musica JAZZ (periodico di Hachette Rusconi S.p.A.) per averci consentito di diffondere il testo del nostro collaboratore che ripercorre la storia del grande maestro cubano. |
Vedere che suona il pianoforte con Julian – il suo ottavo «chuchito» – sulle ginocchia richiama alla memoria la sua precocità musicale. Può dipingerci un suo breve ritratto?
Sono nato nel 1941, cresciuto nel barrio avanero di Santa Amalia; ho trascorso vent’anni nel quartiere del Cerro e adesso vivo in quello di Playa. Nella mia casa c’era sempre qualcuno che suonava il pianoforte: o mio padre Bebo o suoi amici come Ernesto Lecuona. Avevo tre anni quando mio padre scoprì che stavo suonando il piano; a sei iniziarono le lezioni di musica, due anni dopo entrai al Conservatorio e….
…e poi l’esordio al Tropicana. Ray Sugar Robinson cosa
le ricorda?
Il bambino nordamericano di dodici anni che suonava
boogie-woogie nello Show del più famoso cabaret dell’Avana. Mio padre lavorava
in quel locale e mi invitò a fare uno spettacolo- competizione con il ragazzino
prodigio che aveva un nome simile a quello del grande pugile. Lui suonò boogie,
io danzón, cha cha chá, classica e boogie. Alla fine il proprietario voleva
farci un contratto per esibirci in duo. Io avevo nove anni e i miei genitori,
soprattutto la mamma, non lo permisero. Gliene sono grato.
Quali sono i maestri che l’hanno influenzata
maggiormente?
Il primo è stato mio padre. Ho avuto poi diversi professori
di musica classica tra cui la pianista Zenaida Romeu – cui devo moltissimo: mi
ha insegnato come associare le tecniche della musica classica al jazz – e
Rosario Franco.
La sua musica è onnisciente:da Ignacio Cervantes a Monk.
Questa voglia di dominare tutto lo scibile musicale denota inquietudine o
tranquillità?
E’ allo stesso tempo l’espressione di queste due
dimensioni: di inquietudine, per il desiderio di conoscere tutti gli stili, e di
tranquillità, per utilizzarli organicamente.
Si è dimenticato soltanto del batanga, mai
presente nei suoi progetti. Come mai?
Si tratta di un ritmo di jazz afrocubano che impiegava,
oltre alle congas, i tamburi batá. Un sound fantastico, il più avanzato degli
anni Cinquanta, per una band di 25 elementi e quindi con costi elevati. Il
batanga non era musica commerciale e, per quanto mi è dato sapere, non
decollò
perché i produttori discografici non se la sentirono di
rischiare nel momento in cui cha-cha chá e mambo erano di moda. Nei miei
progetti non ho mai incorporato il batanga per rispetto verso mio padre,
che ne è il creatore, e ho voluto fare qualcosa di diverso, sondare altri
percorsi…

…come Misa Negra, considerato da molti il suo
capolavoro. Un’opera maestra che ha ispirato intere generazioni, tra cui Omar
Sosa che indaga sugli africanismi sparsi in America.
E’ vero, anche se io puntai ad unire soprattutto
«afrocubano» e «afroamericano». Misa negra, che presentai per la prima
volta con il quintetto (tra cui c’erano Paquito D’Rivera e «Cachaito») nel
1970 al Jamboree Jazz Festival di Varsavia, cambiò il destino del jazz
afrocubano. L’esibizione fu travolta dal clamoroso applauso del pubblico che
apprezzò il nostro modo di mescolare armonie jazz, classica, frammenti di rock e
ritmo afrocubano. E piacque anche a Dave Brubeck – in scaletta dopo di noi –
che venne nel camerino e mi disse: «Never stop!», continua così.
In quell’opera – come pure in Lucumi, Palo Congo
Briyumba, Aguanile Bonko – ci sono influenze del mondo
magico-religioso ereditato dagli schiavi. Qual è il suo rapporto con quella
sfera culturale?
Prima di tutto sono santero, «figlio» di Changó,
Obatalá e altri orishas; conosco la lingua lucumí, di provenienza
yoruba. Alla composizione Misa Negra arrivai dopo uno
studio sui canti e i ritmi dei rituali yoruba e in generale sulle radici
nere della musica cubana. La santería è una religione che ha un
fenomenale patrimonio musicale: canti, danze e toques batá generici e
specifici, ossia disegni ritmici legati a fasi del rituale. Per studiare bene i
tamburi batá (un set percussivo di sei membrane – NdA) con i suoi ritmi,
non bastano mille anni. Ma dovevo conoscere almeno la sintassi del batà per
trasferirla sul pianoforte e così ho studiato un po’ queste percussioni, oltre
alle tumbadoras che suonavo già.
Quelle percussioni hanno marcato Irakere, fondato nel
1973. Cosa resta di quella storica band e dell’esperienza che è stata una
«scuola speciale» per la musica cubana?
Si potrebbe fare un parallelo con Art Blakey e i suoi Jazz
Messengers e il quintetto di Miles Davis Quintet, due «scuole» per jazzisti. A
Cuba questo è avvenuto con Chucho Valdés e Irakere, un laboratorio dove sono
transitati tutti: Paquito D’Rivera, Arturo Sandoval, Miguel «Angá» Diaz, Orlando
Valle «Maraca», José L. Cortés «El Tosco», German Velazco…. Ora lavoro molto
con il quartetto ma presto ritornerò con i nuovi Irakere, formazione
ringiovanita, così supereremo i vecchi traguardi. Ho già preparato la musica per
il progetto «Irakere Retorna».
Lei è stato un punto di riferimento per tanti jazzisti,
ma soprattutto i pianisti la considerano un faro, una sorta di Olofi – la
divinità della creazione – cioé come il dio supremo del pantheon pianistico
caraibico. Per lei, cosa significa questo e quali sono le giovani stelle del
piano cubano?
Olofi, nooo (ride fragorosamente). E’ probabile che io sia
percepito come una guida, il mentore di un gruppo che pensa a nuove idee nel
pianoforte. Essere ispiratore di alcuni grandi talenti mi riempie di orgoglio
perché significa che il nostro lavoro è servito ad aiutare i giovani e la
musica. Oggi, parlando di pianisti, mi piacciono Rolando Luna, Harold López
Nussa, Aldo López Gavilán, Roberto Fonseca, giovani di grande livello. Poi, tra
i meno giovani, Gonzalito Rubalcaba: altro spessore, è una vera scuola, diversa
da un’altra scuola importante, quella di Omar Sosa, uno dei miei preferiti,
grande talento e molto creativo.

1977, La Habana. Inaspettatamente arriva la nave M.S.
Daphné con a bordo jazzisti statunitensi, produttori, critici, tra cui Leonard
Feather. Può ricordarci quello sbarco?
Fino a metà degli anni Settanta
il jazz a Cuba era sottostimato, un po’ osteggiato, e veniva confuso con
problemi di politica, trascurando che il jazz è musica nera e universale. Per
anni fu proibita, ma senza una legge specifica, tutta la musica nordamericana.
Io ho lottato con fatica per suonarla. Poi le cose migliorarono e quella visita
fu miracolosa per il jazz cubano. Fu il primo viaggio di Dizzy Gillespie a Cuba
(terra del suo amico Chano Pozo); arrivò con Stan Getz, David Amram, Earl «Fatha»
Hines (che vidi suonare dal vivo per la prima e ultima volta nella mia vita),
Ron McClure, bassista del Charles Lloyd Quartet in cui suonava anche Keith
Jarrett. E poi una incredibile pianista, Joanne Brackeen, che accompagnava Getz,
il batterista Billy Hart e altri. Irakere suonò con molti artisti di quella
delegazione; Amram, che considero non solo un polistrumentista geniale ma anche
un grande artista, presentò in modo fantastico la sua opera En Memoria de
Chano Pozo e memorabile fu la jam session finale su Manteca. La
nostra musica stupì tutti; ne parlò la stampa e nel 1978 ci invitarono al
Festival di Newport, suonammo alla Carnegie Hall e di lì a poco ci esibimmo
anche al festival di Montreux. Quindi Gillespie e i suoi amici, più il successo
del nostro gruppo, aprirono la strada al nuovo jazz cubano e a tanti talenti.
Lei ha firmato più di
cinquanta album. Ma quale metterebbe in prima linea fra le varie produzioni
degli Irakere?
Sono tutti dischi eccezionali. Ma il migliore in assoluto è
«Irakere», un album con cinque composizioni live registrate nel 1978 ai
Festival di Newport e di Montreux. I brani raccolti erano, Juana 1600, Iya, Adagio, Misa negra e Aguanile
bonko, e arrivò il Grammy.
Quella fu una formazione strepitosa, basti citare i
sassofonisti D’Rivera, Averoff, i trombettisti Varona e Sandoval, Del Puerto al
basso, Morales alla chitarra e gli altri che non sto a citare.
Irakere, quindi, riportò in auge negli Usa sonorità
figlie di quelle introdotte trent’anni prima da Chano Pozo. A sessant’anni dal
suo omicidio, i cubani in generale conoscono l’opera di Chano, sanno cosa sono
Manteca, Blen Blen Blen…?
I cubani da sempre conoscono Chano, anche da prima che
andasse negli Stati Uniti, perchè lui era un rumbero molto famoso che suonava
all’Avana, nei quartieri popolari o sui carri di carnevale. Fu il creatore
principale del cubop, colui che introdusse per primo – e comunque riuscì
a popolarizzare con Gillespie e Mario Bauzá – il ritmo afrocubano nel bebop. Da
lì nasce quello che oggi chiamano latin jazz. Chano Pozo suonava ritmi
yoruba, abakuá, cantava nella lingua folklorica africana. Fu una vera
rivoluzione, e dietro Manteca c’è un mondo intero: musicalmente è jazz
afrocubano e dentro c’è di tutto; si può riconoscere un po’ di son nel
contrabbasso.

Pianista, compositore, arrangiatore, bandleader,
direttore del Festival Jazz Plaza dell’Avana e ora presidente del Varadero Jam
Session.
Sì, ho anche questo nuovo incarico per il Jam Session
Festival di Varadero, che si tiene in settembre nella più nota località
balneare di Cuba e che per molti anni fu anche sede del festival della canzone,
un grande evento internazionale, tra l’altro gratuito.
A Cuba non c’è una rivista di jazz, il sistema non
facilita molto i contatti con l’estero. Allora come ci si aggiorna? Quando non è
in tournée lei suona nei jazzclub della capitale?
Nell’Isla abbiamo sempre ricevuto Down Beat e
Jazz Hot e ci informiamo attraverso la radio, internet e il passaparola tra
musicisti. Io lavoro soltanto ai due festival del jazz e suono raramente nei
jazz club avaneri perchè non hanno il pianoforte acustico: quello elettrico non
mi piace.
Dire Valdés in ambito musicale significa entrare in un
labirinto. Ma i Valdés che di nome fanno Gilberto, Vicentico, Miguelito,
Merceditas, Patato e Oscar sono suoi parenti? E non ha mai pensato a un concerto
con una band solo di artisti di «Casa Chucho Valdés» ?
Quei grandi nomi citati non fanno parte della mia famiglia
musicale, che è composta da Bebo, Chucho, Mayra Caridad e le nuove generazioni
Chuchito, Dayane e altri. Al concerto della famiglia Valdés ci stiamo pensando e
chissà …
Su questa speranza termina la conversazione con il
pianista cubano, che cede il microfono alla cantante del suo quintetto, la
sorella Mayra Caridad Valdés che partecipa all’intervista..
Secondo lei, Mayra, il concerto di famiglia potrebbe avvenire anche all’Avana con
il ritorno di Bebo?
Nostro padre adesso vive tra Svezia e Spagna e credo
proprio che non tornerà a Cuba: è una storia come quella di altri artisti
cubani, vedi Celia Cruz o di tanta gente comune. Quasi tutti i cubani
condividono l’esperienza di avere parenti fuori dal Paese. Il distacco da mio
padre avvenne nel 1960, io avevo quattro anni, mentre Chucho ne aveva circa
venti, e per lui fu diverso. Con il passare del tempo riassorbii il trauma,
che per le femmine è più forte per via dell’attaccamento alla figura paterna.
Così accettai e rispettai la sua scelta, perché ognuno deve fare ciò in cui
crede.
Può dirci come e quando ha sposato il canto jazz?
Sono
cresciuta ascoltando jazz con mio padre e con Chucho, i dischi che loro
compravano ovvero Charlie Parker, DukeEllington… e, tra le cantanti, Sarah
Vaugahn, Ella Fitzgerald, Billie Holiday;
questo
succedeva mentre mia madre Pilar Rodríguez, cantante, mi avviava al canto che
ho completato con studi accademici. Nel 1975 iniziai a insegnare canto e
direzione di coro, ma mi piaceva più cantare: nel 1980 partecipai a Todo El
Mundo Canta, un concorso per scoprire nuovi talenti, e vinsi quella
competizione canora, che era soprattutto di musica popolare, cioè bolero, son,
guaracha… insomma la nostra tradizione da cui traggo elementi per inserirli
nel canto jazz e viceversa. Nel 1981 ci fu il mio esordio jazzistico
internazionale con gli Irakere al festival Tierrazo Jazz di Puerto Rico. Da quel
momento in poi mi sono esibita con il gruppo in altre occasioni, ma entrai
stabilmente negli Irakere soltanto nel 1996 e sono stata l’unica voce femminile
dell’orchestra.
Fonti fotografiche: Autore; di Salomoni M.T., la foto di apertura; da dischi, le immagini di Irakere.
Per i contatti con gli artisti: si ringraziano Sabelli G. e l’agenzia Kino Music
Gian Franco Grilli



























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