PINK FLOYD THE WALL

Con “Pink Floyd The Wall” siamo di fronte al primo caso nella storia
del cinema (e anche della musica) in cui non è un disco a fare da colonna sonora
ad un film, ma è il film stesso a fare da “colonna visiva” all’album. Del resto
a chi poteva venire un’idea del genere se non al gruppo rock che più di ogni
altro ha fatto della sperimentazione e dell’innovazione il suo inconfondibile
marchio di fabbrica?
I Pink Floyd infatti si sono sempre distinti per una continua ricerca,
sia dal punto di vista sonoro, creando uno stile tutto loro che ha vantato
numerosi tentativi di imitazione, sia da quello delle immagini: basti pensare
alle copertine dei loro album, il cui impatto visivo è entrato ormai nella
storia e nella memoria di tutti gli appassionati, e naturalmente ai loro
concerti, famosi tanto per le locations (le rovine di Pompei, la laguna di
Venezia, la città di Berlino ad un anno dalla caduta del muro, per fare tre
esempi), tanto per gli strabilianti ed innovativi effetti speciali. Dal punto di
vista tecnico la trasposizione in immagini del concept album The Wall è
stata resa possibile dapprima grazie all’abilità di Gerald Scarfe,
designer e scenografo dei concerti del gruppo ed autore di tutti i disegni delle
animazioni del film, poi dalla sapiente regia di Alan Parker, già a suo
agio nel genere musicale in Fame, Saranno famosi, e
successivamente con The Commitments, due pellicole che ci ripromettiamo
sin da ora di trattare in questa rubrica.


 
Dal punto di vista della narrazione, invece, la storia presenta molteplici
chiavi di lettura: la prima è incentrata sulle esperienze autobiografiche di
Roger Waters
, bassista e paroliere del gruppo, dalla morte in guerra del
padre, ai problemi dell’educazione scolastica negli anni delle rivolte
studentesche; la seconda ci illustra l’incomunicabilità sia nei rapporti di
coppia che in quelli tra rockstar e il suo pubblico; la terza, quella della
pazzia del protagonista, è un chiaro riferimento biografico a Syd Barrett,
il fondatore dei Pink Floyd, che dovette lasciare il gruppo in seguito ad un
esaurimento nervoso causato dall’uso continuo di allucinogeni (fu proprio a lui
che i Pink Floyd dedicarono uno dei loro album più famosi, “Wish you wwere
here
”).

La trama –
Pink (Bob Geldof), famosa rockstar con problemi di droga, si trova
nella sua stanza d’albergo durante una tournee a Los Angeles, e qui, grazie ad
un film di guerra, rivive i momenti più salienti della sua tragica esistenza: il
padre morto in guerra quando lui era appena nato, il suo crudele maestro di
scuola, la madre iperprotettiva (altro riferimento a Syd Barrett), la
moglie (Eleanor David) infedele, e le stupide groupies (con questo
termine si indicano le fan giovanissime al seguito delle rockstar in tournee),
disposte a tutto pur di stare con lui.

Tutti questi avvenimenti hanno costruito attorno a Pink un vero e proprio muro
psicologico che inizialmente lo protegge dagli altri, ma in seguito lo soffoca.
Dopo aver portato una groupie (Johanne Whalley) in albergo ed aver
distrutto la stanza, Pink pone l’ultimo mattone nel suo muro, chiudendosi
completamente nella sua follia. Il suo manager (Bob Hoskins) e gli altri
organizzatori del tour lo trovano in condizioni disumane e dopo averlo rimesso
in piedi come meglio possono, lo trascinano ad un concerto che sembra una parata
nazista. Qui Pink marcia alla testa di agguerriti skinheads sulle altre persone,
raggiungendo il punto più alto della sua pazzia. Stanco di questa allucinante
situazione, si auto sottopone ad un processo in cui i personaggi più
significativi della sua vita, nell’aspetto di grottesche creature, lo accusano
delle sue colpe. Alla fine il giudice Verme gli impone di abbattere il muro, in
modo da ritornare nel mondo reale.

                 

Curiosità
L’attore protagonista, Bob Geldof, all’epoca era il giovane leader di un
gruppo di modesto successo, i Boomtown Rats. Diventerà famoso nel mondo
due anni dopo con il progetto Band Aid, in cui riunirà tutti i più grandi
musicisti britannici per la canzone “Do they know it’s Christmas?” e
l’anno successivo organizzerà il Live Aid, il più grande evento live
nella storia della musica dopo Woodstock a scopo benefico (i proventi del
concerto andranno alle vittime delle carestie in Africa).
Nel film ci sono tutte le canzoni dell’album tranne “Hey You” e “The
show must go on
”. E’ stata invece aggiunta “Bring the boys back home”,
non presente nell’album.
Durante la scena in cui il maestro legge la poesia di Pink, si possono
distinguere chiaramente i versi della canzone “Money” tratta dall’album
The dark side of the moon.

a cura di: Mauro Gresolmi

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