Jelengue! ¿Qué? Ritmo Cubano

Un album in festa… e un pensiero sul ‘lamento’ latino.
di Gian Franco Grilli

Quanti sanno cosa vuol dire jelengue? Io non lo sapevo e ho scoperto che questo vocabolo di origine africana nel gergo cubano significa rissa, baraonda, scandalo e, per estensione, anche celebrazione o festa. Capito questo, ho messo sul lettore cd la prima traccia dell’album Ritmo Cubano dell’ottetto Jelengue (Idyllium) per intuire eventuali relazioni tra il nome della band e i contenuti del progetto artistico e stabilire secondo il mio giudizio quale tra i vocaboli suddetti fosse quello più appropriato. Nessun dubbio: ho scelto festa, tripudio, come festival di musiche e ritmi afrocubani. A questo punto volete sapere se la musica di questo gruppo è innovativa? No, ma vi assicuro che si tratta di un mix straordinario di sound affascinante. Le dieci composizioni (di cui ben otto firmate da Cesar Regueiro Arana, direttore, arrangiatore, tres e chitarra) hanno le radici ben piantate nella tradizione dell’Isla Grande ma guardano avanti, sbirciano tra le sonorità moderne, che qua e là, in modo molto delicato, fanno capolino nelle interpretazioni. I ritmi più importanti presentati? Dalla moderna timba al danzón, dal son al bolero passando attraverso citazioni di cha cha chá e guaracha. Ora mi chiederete se i musicisti della band sono virtuosi: rispondo a chiare lettere “Sì”. A partire dai percussionisti che offrono una base ritmica, straordinariamente solida, brillante e riconoscibile come un faro per permettere poi agli strumenti solisti di mettersi in bella mostra. E sopra tutti svetta la tromba di Joe Luis Vazquez Jorge, musicista in possesso di un’ottima padronanza dello strumento, per tecnica, timbrica e intonazione. Se il trombettista è in particolare stato di grazia, anche gli altri musicisti della band sono in forma smagliante e dall’insieme ne esce un bellissimo disco, divertente, con sonorità nitide e accurati arrangiamenti. Da non trascurare, infine, le prodigiose performance vocali condotte principalmente da Angel Balmaseda ‘El sinsonte’, targate ‘a lo cubano’ come dicono gli habaneri. Ovvero in quella forma inconfondibile, unica per stile, timbrica, dizione, dinamica, come una sorta di marchio nazionale fatto di vibrazioni canore particolari che anche orecchie meno esperte, dopo una breve frequentazione nel mondo della canzone cubana, saprebbero riconoscere da quelle di altre scuole vocali latinoamericane, ugualmente interessanti ma diverse.

E ora, succintamente, qualche notizia per riconoscere alcuni degli stili protagonisti in questo percorso in dieci tappe. Se prendiamo il disco come un viaggio, l’album riflette a grandi linee la mappa ritmico-musicale di Cuba. Si parte da El Malecón De La Habana, che apre la rassegna all’insegna del son; la quarta traccia è ancora nella capitale con Mi Habana Tiene Mañana, attraente brano in stile songo e salsa alla Van Van. Poi il percorso devia tra cha cha chá, ballad, o bolero (Deja Que Siga Solo); una versione moderna di danzón (Danzan, dove si combinano insolitamente flauto e tromba); un ritmo superibrido che fonde rumba/tronica contemporanea, afro (La Enfermedad). E la riuscitissima timba La Habana Es l’ultima canzone che ci riporta alla prima, sul Malecón habanero, inizio del viaggio, come un implicito invito a riascoltare questi gradevoli 48 minuti di melodie e ritmi coinvolgenti.

Un album e un gruppo (bravo, ma come molti altri ugualmente poco noti) che meriterebbero maggiore diffusione. ma che faticano ad emergere per vari motivi. Tra i principali, credo: perché si è persa la voglia di osare; si va dietro l’onda delle certezze (momentanee); manca coraggio nel scegliere cosa proporre e produrre. E allora tra i pochi esempi che vanno in controtendenza, bisogna riconoscere l’ammirevole impegno della discografica milanese Idyllium (http://www.idyllium.it/anteprime_ritmo_cubano.htm) di mettere a catalogo, in questi tempi di magra, progetti musicali caraibici (dopo i ritmi cubani è in uscita la bachata). E forse in giro esistono altri temerari di questo tipo a cui deve andare il nostro appoggio. Vi chiederete perchè questo discorso? Ho fatto questo pistolotto poichè collego quanto appena detto a preoccupazioni e domande che circolano nell’ambiente salsero. Sempre più spesso, infatti, da più parti risuona il ‘lamento’ sulle perdite del mondo della salsa, dalla scomparsa dei cd latini dai negozi importanti alla chiusura di locali tematici o serate, assenza di concerti ecc. Tutti elementi intrecciati. Per non parlare poi della nostalgia dei ‘salseri’ antesignani per il sabor e la socialità che si respiravano nelle sale e nei vari club, dove era possibile fare quattro salti latini alla buona, liberamente. Sono passati oltre vent’anni dalla nascita del fenomeno salsero italiano, poi è esploso, è cresciuto, si è, iperspecializzato, purtroppo, nel bene e nel male, ma la massa ora è sfilacciata. Allora, per far rivivere lo spirito solare della musica e delle danze latinoamericane, è probabile che serva l’impegno di tutti gli amanti di questa cultura. Un buon contributo potrebbe venire dai professionisti del settore, tra cui divulgatori importanti come i dj e i docenti di balli latini, ma che purtroppo – a mio avviso, e posso sbagliarmi – trovo un po’ pigri (eccetto pochi vivaci) verso le produzioni musicali non totalmente da pista.
Concludendo: partendo dall’esistente, con la salsa in mezzo, ed evitando di fare salti nel buio, rischiosi, si può tuttavia iniziare a riproporre graduali ascolti e a salterellare a piccole dosi con alcuni ritmi figli del son, come guajira, cha cha chá, guaracha, o merengue, cumbia, bomba, soca e altri ‘cugini’ sudamericani. E’ un’idea troppo azzardata? Decidete voi con responsabile buonsenso, ma qualcosa bisogna aggiustare per riequilibrare. Così facendo, forse, tutti assieme e ognuno nel proprio ruolo, si potrebbe rallentare il calo di interesse verso la salsa e la musica latina. Se così non fosse, pazienza, ma almeno ci abbiamo provato.

gianfranco.grilli@tin.it

Gian Franco Grilli

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