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INTERVISTE

Giovanni Hidalgo: sovrano del tambor

17/09/2009

Grande virtuoso del percussionismo, ha maturato esperienze con maestri di ogni stile, ma sempre con assoluta fedeltà alla sua cultura d’origine.
Nei mesi scorsi Egea ha distribuito i due nuovi album firmati dal conguero portoricano Giovanni Hidalgo: "Traveling Through Time", in duo con Horacio «El Negro» Hernandez e "Silvergold", con il suo quartetto.
La prossima produzione “è un mix di timba, rumba, cha chá, bossanova e jazz”. Di tutto ciò e di altro si parla nell’intervista “Hidalgo: sovrano del tambor collega Puerto Rico, Cuba, jazz” pubblicata nella rubrica Latin di Gian Franco Grilli su Musica JAZZ (agosto-settembre 2009).

Ringraziamo la direzione di Musica JAZZ per averci consentito la diffusione di questa intervista apparsa sul n.8-9, agosto-settembre 2009.


Leggendo la tua biografia, prescindendo dalla data di nascita, si pensa a un musicista con un carriera centenaria, tale è il palmarès, la lista delle collaborazioni e la varietà di stili frequentati. E invece sei solo un ultraquarantenne. Ma non meno stupisce il nome Giovanni, insolito per un portoricano…
Juan, nella mia terra, è certamente più usuale del nome Giovanni, ma all’orecchio di mio padre quella pronuncia italiana suonava particolarmente bene. Quindi nessun legame specifico con l’Italia, paese però che amo molto, mentre ne ho con la Francia, in particolare con Tolosa, luogo di origine dei miei antenati dal lato materno. Già che sono in argomento completo l’albero genealogico con un dato che pochi conoscono: quattro anni fa ho scoperto che nelle mie vene scorre anche sangue cubano perchè mia nonna Maria Luisa Marrero nacque a Cuba e all’età di cinque anni emigrò a San Juan de Puerto Rico. Dove sono nato il 22 novembre 1963 - lo stesso giorno che a Dallas, purtroppo, uccisero John F. Kennedy - e mi hanno battezzato con il nome di José Giovanni Hidalgo, a cui hanno poi aggiunto «Mañenguito», diminutivo di «Mañengue», che è il soprannome di mio padre José. Ho iniziato a sentire canti e musiche ancora quando ero nel grembo di mia madre Selenia giacché la nostra è una famiglia di percussionisti, da mio nonno Nando ai miei zii a mio padre. Cominciai a suonare all’età di tre anni e ricordo come fosse ieri quando battevo i primi ritmi su un piccolo tamburo fatto in casa, poi si può dire che sono cresciuto in mezzo a bongo, congas e timbales e altri strumenti a percussione più che tra i soliti giocattoli. A dodici anni iniziai l’attività professionistica suonando nei locali di sera, mentre di giorno studiavo ore e ore.

                               

Nel tuo imprinting musicale ci sono più stimoli boricua o cubani?
Da questo punto di vista Puerto Rico e Cuba sono sullo stesso piano.

Musicisti e appassionati ti considerano il conguero più virtuoso di tutti i tempi. Come ti senti sul trono del regno afrocubano che Chano Pozo portò alla ribalta mondiale negli anni Quaranta?
Se posso, evito questi confronti anche se mi fanno piacere certi apprezzamenti. Io cerco di fare del mio meglio e con la massima serietà. E quando mi domandano chi è il miglior conguero, molto spesso rispondo che - dopo mio padre e alcuni nomi storici - è Giovanni Hidalgo. Lo dico non con egocentrismo, ma con umiltà, come una sfida a «Mañenguito», per spronare me stesso, perchè mi ritengo un apprendista. La scuola professionale della musica non finisce mai.

D’accordo, ma i primi grandi maestri erano cubani: da piccolo, chi avresti voluto emulare?
Ascoltavo un po’ tutti: Mongo Santamaria, Tata Güines, Carlos «Patato» Valdés, Candido Camero, Ricardo «Papín» Abreu (Los Papines), e non soltanto cubani, come Rafael Cortijo, Ray Barretto e altri.

  

Oggi le tue piccole mani (e le unghie) sono le più quotate del mondo, le fai rimbalzare sulle pelli come delle bacchette adottando tecniche affini alla batteria, con paradiddle, colpi tripli, ecc. e tutto a una velocità da brivido. Come è nata l’idea di rivoluzionare il modo di suonare le tumbadoras? Venivi, per caso, da studi di batteria?
Nel 1977 incominciai questa sperimentazione di tipo batteristico sulle tumbadoras studiando circa 9 ore al giorno e contro il parere di molti: mi scoraggiavano, dicendo che avrei ottenuto solo tecnica, mentre le congas richiedono un altro approccio. Ma io ero convinto delle mie idee e andai avanti cercando di mettere a frutto studi che avevo fatto con la batteria. Infatti, avevo appreso tecniche, rudimenti, groove di vari generi musicali seguendo alcuni metodi, tra cui Stick Control di Stone, Jim Chapin, Krupa, Syncopation di Ted Reed, Modern Reading di Louis Bellson, Dante Agostini, eccetera e così tentai di svilupparli con le mani sulle congas.

In qualche modo eri sulla strada di «Changuito», maestro supremo della moderna percussione afrocubana: negli anni Sessanta incorporò il linguaggio della tumbadora (o conga) nella batteria jazz quando fu chiamato a sostituire Enrique Pla nel gruppo Sonorama Seis.
Jose Luis «Changuito» Quintana ha fatto la rivoluzione che dici: ha aperto una nuova epoca estendendo quel pensiero ad altri strumenti. Inoltre è considerato il padre del songo, il ritmo che ha contraddistinto il sound dell’orchestra Los Van Van. L’incontro con lui rappresentò la cartina di tornasole del percorso con le congas che avevo iniziato quando non conoscevo ancora il maestro cubano. Senza saperlo, eravamo sulla medesima frequenza mentale, spirituale e musicale, e per questo mi considero un suo gemello, anche se siamo nati in isole e momenti diversi.

Ma dove avvenne l’incontro?
A Cuba nel 1981, mi trovavo lì per una serie di concerti con l’orchestra Batacumbele. E fu Cachete Maldonado, percussionista e direttore del nostro gruppo, che mi portò da «Changuito» e ricordo che a quel meeting era presente anche Anthony Carrillo, altro ottimo percussionista. Senza tanti preamboli io e il maestro Quintana iniziammo a fare degli esercizi, ad analizzarci vicendevolmente, a fraseggiare e così notai la sintonia tra i nostri linguaggi musicali. Lui, però, esprimeva ed esprime uno stile e una tecnica incredibili: «Changuito» è un musicista geniale che ammiro tantissimo.

  

San Juan e L’Avana non sono molto distanti, ma l’embargo nordamericano verso il governo castrista non favoriva i contatti tra le isole, anzi... Allora come potevi documentarti sulla musica cubana?
Intanto vorrei ricordare che Puerto Rico è uno stato liberamente associato agli Stati Uniti, poi è vero che il blocco economico e culturale ostacola il flusso delle conoscenze, ecc. Tuttavia credo che per capire meglio i rapporti musicali tra le nostre due realtà caraibiche bisogna dire che fin dagli anni Trenta i ritmi di Cuba erano diffusissimi nel mio Paese. Pertanto da ragazzino ascoltavo i dischi di musica cubana che giravano in casa mia, o conoscevo artisti attraverso materiali giunti fino a quel momento, o in tv. Comunque penso ci fossero canali alternativi che facevano arrivare cose nonostante il bloqueo. Ricordo, ad esempio, che mi sintonizzavo su alcune emittenti come Radio Mambì o Radio Habana e così ascoltavo le orchestre cubane, ma anche musica caraibica, messicana, brasiliana o generi musicali occidentali come jazz, soul ecc.

Già, musiche afroamericane, presenti nel tuo ricco percorso artistico, tra cui il jazz. Quali sono i principali jazzisti che hanno favorito la tua carriera?
Tra i tanti a cui devo molto, segnalo due maestri fondamentali anche per il jazz: uno è Dizzy Gillespie , che incontrai la prima volta, se non ricordo male, mentre suonavo con Eddie Palmieri al Village Gate, e che nel congedarsi mi disse: “Un giorno lavoreremo assieme”. E qualche anno dopo, Paquito D’Rivera mi comunicò che Dizzy mi voleva nella sua band Un altro grandissimo e indimenticabile artista è stato Art Blakey. Un giorno mi avvicinò dicendomi: “Vieni come me”, e mi portò in Giappone.

Hai lavorato con tanti batteristi e percussionisti, ma sembra che l’attuale sodalizio con Horacio «El Negro» Hernandez abbia un sabor speciale. Quando è iniziato questo binomio?
Prima, fammi citare almeno un nome in rappresentanza di tutti i percussionisti straordinari con i quali ho suonato: Ignacio Berroa, pure lui ha contribuito a formare il mio linguaggio. Ma parliamo di «El Negro». La prima volta che l’ho incontrato è stato nel 1981: Horacio suonava con il Grupo Proyecto di Gonzalo Rubalcaba mentre io ero con Batacumbele. Cominciammo a dialogare in jam session a Varadero e all’Avana, ma ciò che colpì la mia attenzione fu il feeling che notai tra «El Negro» e il conguero cubano Roberto Vizcaíno, erano un tutt’uno. Dal quel momento il mio chiodo fisso è stato quello di unire le mie tumbadoras con l’originale linguaggio batteristico di Horacio, perchè sapevo il groove che avremmo creato. Suonammo assieme altre volte: nel 1984, quando tornai a Cuba; nel 1990, a Roma; tra il 1993 e il 1995 diverse volte negli Stati Uniti, inclusa la registrazione di un album di Kip Hanrahan. Ma la proposta di fondare il duo maturò a Berklee (dove insegnavo), quando un bel giorno gli dissi: “Yimbo (termine che nel linguaggio popolare afrocubano ha lo stesso significato di nagüe, asere, monina, cioé amico, fratello) perchè non ci mettiamo a studiare un duo?”. E Horacio rispose : “Cosa aspettiamo, asere?”. Così nel 1997 lavorammo alla bozza del progetto e nel 1999 registrammo le tracce raccolte nell’album “Traveling Through Time“ (Incipit Records, Egea distr.), che abbiamo promosso recentemente in tournée con workshop e concerti. E’ bene dire che il materiale del Cd era già stato inserito in un Dvd che non è ancora stato pubblicato in Italia.

E speriamo avvenga presto, perchè le immagini del Dvd permetterebbero di gustare appieno le vostre performance, scoprire i segreti della ricetta creata principalmente con ingredienti afrocubani. Tuttavia, si ha l’impressione che la concatenazione di ritmi molto diversi tra loro, con intrecci e fraseggi inusitati, punti verso nuovi linguaggi percussivi. Oltre il Caribe, tanto per intenderci.
E’ verissimo, e mi fa piacere che tu abbia ascoltato con attenzione. Io preferisco dire che il progetto parte dall’afrocaraibico, che include naturalmente Cuba. La nostra ricetta è innovare, partiamo dall’improvvisazione e non fissiamo limiti, oggi tutto ciò non ha ancora un nome e, forse, verrò fuori da solo, strada facendo. Quello che offriamo è un amalgama coloratissimo di ritmi afrocaraibici, world music, jazz, free, funk ottenuto dalla fusione del set di Horacio, con rullanti, tom, casse, high hat, piatti, claves a pedale, wood block, campane, e delle mie percussioni: tumbadoras, timbales e bongo. Gli appassionati di ritmi afro latini riconosceranno frammenti di clave, cascara, guaguancó, columbia, toque batá, cha cha chá, conga, songo, bomba, plena, samba, merengue, reggae, timba, hip hop, danzón, son, paso doble, tango, palo, abakuà, toque de güiro, tumba francesa, tambor de yuka, elementi del folklore dominicano come carabiné, mangulina, plena de balsié, eppoi musica jibara, gagà. Inoltre ci sono particelle delle esperienze maturate in tutti questi anni attraverso big band, trio, settetto ecc. e un po’ della carica espressiva dei pionieri della percussione.

  

Brevemente, puoi fare i nomi di alcuni di questi pionieri?
Sono i grandi baluardi della percussione mondiale, famosi e ignoti, una lista interminabile di nomi ma...ai maestri di cui ho parlato all’inizio, aggiungerei Pello El Afrokán, Francisco Aguabella, Armando Peraza, Miguel «Angá», Tommy López, Tito Puente, Airto Moreira ecc. ah... l’indimenticabile Ustad Alla Rakha, che Zakir Hussain - suo figlio - mi ha fatto conoscere accompagnandomi due volte a Bombay.

E proprio con Zakir e altri, hai recentemente vinto un Grammy Award ....
Sì, nella categoria “Best Contemporary World Music Album” con ”Global Drum Project” di Mickey Hart, Sikiru Adepoju, il sottoscritto e appunto Zakir Hussain, che lo considero uno della mia famiglia, e guai a chi me lo tocca. Registrato l’anno scorso, è un ottimo concentrato di world music in cui otteniamo il meglio della biodiversità musicale globale.

Tra le mille iniziative - a destra e a manca, con Dizzy Gillespie, Art Blakey, Eddie Palmieri, Jack Bruce ecc. - hai sempre curato anche la tua band e ogni tanto sforni un disco.
Sì, molta gente non sa della mia poliedricità, che alimento sempre. Per esempio, il gruppo che formai il 23 giugno 1989 (allora era un settetto) ancora sopravvive, nonostante le collaborazioni internazionali che mi portano a suonare con giapponesi, africani, indiani, australiani, brasilini ecc. Tra tutto ciò inserisco le attività del mio quartetto: da poco è uscito “Silvergold” (Incipit Records, Egea distr.), Cd che ho dedicato ai miei cari.

Nel brano 7, Silvergold, c’è qualcosa che pulsa soprattutto cubano, cos’è? Dall’ascolto completo dell’album , per dirne una, si nota che ne è passato di swing sotto i ponti dall’ottimo e swingante album “Time Shifter” dove fornivi un sostegno ritmico eccezionale ai solisti (come vuole la tradizione cubana), senza rinunciare all’improvvisazione. Qui, invece, la tua voce strumentale è muscolosa, assolutamente dominante e trovo il Cd meno “democratico” di altri tuoi lavori.
Rispondo alla prima parte della domanda: è una elaborazione articolata che si basa sulla comparsa cubana, un brano omaggio a mia nonna cubana Maria Luisa, e comunque vi si trova molto di caraibico ecc. Posso condividere il tuo giudizio, ma io sono il leader e nel quartetto ho cercato di dare maggiore enfasi alla percussione, alle congas, ai timbales, sperando di bilanciare tutto con il basso e il piano. Tuttavia ho lasciato spazio anche agli altri, artisti con i quali lavoro dai tempi di Batacumbele.

Batacumbele significa Puerto Rico, le radici che hai lasciato po’ di tempo fa e ancora una volta mi viene in mente Tom Jobim, il quale sosteneva che lontano dalla propria terra è difficile comporre senza perdere elementi della propria cultura di appartenenza. Cosa ne pensi?
Ho il massimo rispetto di Jobim ma su questo non concordo con lui, perchè molto dipende da noi stessi: a me non è sparito swing, feeling e carattere del portoricano e potrei vivere in Giappone o in Groenlandia senza modificare quello che ho dentro. Se il mio ambiente originario non lo trovo nella nuova realtà sociale io continuo a far vivere le mie tradizioni tra le mura domestiche. Abito negli Stati Uniti dal 1991, un anno a Rheno (Nevada), a Boston (Massachusetts) per altri 4 anni e mezzo; e dal ’96 sono a Orlando (Florida), ma swing latino e tumbao sono intatti.

Stai lavorando a nuovi progetti?
Sono concentrato su diverse iniziative di musica folclorica, un progetto corposo, ma vista l’attuale crisi mondiale si è deciso di dare priorità a un nuovo lavoro in linea con “Silvergold” aggiungendo al quartetto un trombettista. E’ un mix di timba, rumba, cha chá, bossanova, jazz. Nel frattempo curerò altre collaborazioni artistiche, ma vorrei stare un po’ con mio figlio Ianmanuel (vent’anni, percussionista) e la nipotina Gianna, che vivono in Florida. E andare a Puerto Rico, come ogni anno, a vedere altri familiari.


Foto: Gian Franco Grilli
Si ringrazia per la collaborazione: Associazione Caribe(asscaribe@libero.it).

A cura di:
Gian Franco Grilli
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