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INTERVISTE

Chico Freeman: feeling con il Caribe

13/02/2009

Il sassofonista di Chicago parla del proprio jazz pieno di nuovi sapori delle Americhe nere (tra cui il progetto “Guataca” dove risaltano ritmi afrocubani come son montuno e rumba) e toglie ingiusta nebbia dalla figura del padre Von Freeman.
di Gian Franco Grilli

Su Musica JAZZ - n.01, gennaio 2009 – è stata pubblicata un’intervista a Chico Freeman.
Ringraziamo la direzione del mensile di Hachette Rusconi S.p.A. per averci consentito la diffusione del servizio realizzato dal nostro collaboratore Gian Franco Grilli.

 

Libri e enciclopedie di jazz trascurano tuo padre, il sassofonista Von Freeman, nonostante sia una figura leggendaria e, assieme a Gene Ammons, uno dei fondatori della Scuola tenoristica di Chicago. Posso cogliere questa occasione per saperne un po’ di più cominciando col chiederti quali sono le produzioni discografiche che ritieni fondamentali per la sua carriera e importanti per la storia del jazz?

E’ una delle più belle domande ricevute perchè finora nessuno me l’hai mai posta in questi termini e, purtroppo, c’è molto silenzio attorno a lui. E c’è anche un mistero sui dischi. Mi riferisco ad alcune registrazioni dal vivo avvenute nel 1950 al Pershing Hotel Ballroom di Chicago dove Charlie Parker suonò con mio padre e i miei due zii George e Bruz Freeman. Solo molti anni dopo, mio padre seppe che tali incisioni furono pubblicate su dischi, e credo che queste opere siano il momento più importante della vita artistica di mio padre. Altra originale registrazione dal vivo - ma che non fa parte di nessun album perchè ancora riservata - è avvenuta anni fa con Steve Coleman, quando era un allievo di mio padre. Io ho il nastro originale di quella session e forse un giorno con il live farò un album. Ecco, credo che questi siano due eventi speciali.

     

In breve, chi fu il sassofonista che lo influenzò maggiormente? Su Bird ti ha mai raccontato qualche aneddoto curioso?
Per la sua formazione i sassofonisti più importanti sono stati Charlie Parker, poi Lester Young e anche Ben Webster. Aneddoti su Parker? (Chico si mette le mani nei capelli e ride). Sono tantissimi e non riesco a riassumerli perchè mio padre mi parlava tutti i giorni sempre del geniale sassofonista di Kansas City.
Sei figlio d’arte doc, famiglia con moltissimi musicisti. Oltre a Von troviamo George e Bruz, rispettivamente chitarrista e batterista, e tra i Freeman - stando a una dichiarazione di tuo padre - spunta anche il nome Jack De Johnette Freeman. A cosa si riferisce?
De Johnette è chicagoano come noi e assieme ad un altro noto concittadino, Herbie Hancock, suonava spesso con mio padre. C’era un rapporto stretto, perché anche Jack era un membro dell’AACM .Inoltre io ho lavorato per cinque anni con il gruppo di Jack De Johnette e forse la dichiarazione scaturisce dal vincolo esistente tra la nostra famiglia e il batterista.
Veniamo a Chico. Partiamo dal tuo soprannome, che sa molto di ambiente latino.
Una zia - non ispanica, bianca e bellissima, simile a Michelle Pfeiffer, straordinaria, tanto da meritare la copertina di Playboy - mi prese in braccio che ero nato da poco e disse a suo marito (mio zio, nero) ma è ‘Chico’, piccino, e di lì il nomignolo. Ma all’anagrafe sono Earl Lavon Freeman Jr., porto il nome di mio padre.

Tuo padre e una famiglia zeppa di musicisti hanno contribuito alle tue scelte in campo artistico?
Credo moltissimo, soprattutto mio padre. Fin da bambino sono sempre stato in mezzo ai Freeman e ad altri musicisti che suonavano in casa nostra. Quell’ambiente aveva qualcosa di magico, ero stimolato dal vedere i vicini di casa, tra cui moltissimi bambini, che venivano nel mio cortile e si mettevano sotto le finestre per sentire la musica di mio padre. Così incominciai a strimpellare la tromba e mio fratello Mark il sax, suonavo nella band della Scuola dove mi esibivo anche come vocalist in piccoli musical.

     

Puoi dirci qual è stato il primo strumento che hai iniziato a studiare con metodo, a che età e se la tua formazione musicale è passata anche attraverso i canti della Chiese afro-americane?
Ho cominciato con il pianoforte a cinque anni, poi sax e tromba, ma ritengo che il mio primo ‘strumento’ sia stato ascoltare il canto di mia nonna, che era una gospel singer, quando mi cullava tra le sue braccia con ninne nanne e melodie afro-americane. Credo che questo sottofondo sonoro precoce e costante abbia inciso sulla mia identità musicale.

... e oltre a Von, chi sono stati i tuoi principali maestri di riferimento?
Dopo mio padre, il più importante è stato Miles Davis, che oltrettutto vidi suonare per la prima volta a Chicago con mio papà quando avevo sei anni. Altri nomi influenti e che ho amato moltissimo sono Lester Young, John Coltrane, Eric Dolphy, Ellington, Monk e Mingus.

Negli anni Sessanta eri un adolescente. Come i coetanei di tutto il mondo ti affascinarono Beatles e Rolling Stones o avevi già scelto il jazz e altre forme della black music?
Io seguivo gli artisti della Motown sound, Marvin Gaye, Temptations, ma amavo Jimi Hendrix, Cream, Crosby Stills Nash and Young e tanti altri in voga in quegli anni. Ma l’impatto enorme arrivò dalla musica di Coltrane, e anche di Mingus con il quale ho collaborato. Inoltre iniziai a destreggiarmi con il blues e così suonai con tutti coloro che si trovavano a Chicago, da B.B. King a Muddy Waters a Buddy Guy, e in campo fusion, con Earth Wind & Fire ecc.

Ci puoi riassumere in poche parole le tue esperienze vissute con due leader dell’AACM di Chicago come Lester Bowie e Muhal Richard Abrams?
Con Lester ho lavorato molto tempo, è stato un periodo interessante, indimenticabile la fase con il gruppo The Leaders, progetto che sto rianimando con altri musicisti e di cui è uscito un cd l’anno scorso. Parlare di Richard Abrams in poco tempo non è facile perchè è una figura a cui devo moltissimo. Oltre ad essere stato il fondatore dell’AACM (Association for the Advancement of Creative Musicians) è stato il mio insegnante, il mio mentore ed è un grande amico. Il grandissimo rispetto e amore che ho per Muhal va oltre la musica: per me è un padre spirituale e di vita, e continua ad esserlo per tantissima gente. Uno straordinario e raro conoscitore della musica nero-americana, poco noto perchè non ama i riflettori, anche se trent’anni fa era famoso nell’ambiente jazzistico italiano; un ottimo compositore e da lui ho appreso l’arte della composizione. Ribadisco il suo ruolo fondamentale di educatore che ha permesso a tanti ragazzi di diventare uomini e musicisti. Artisticamente è completo, lui sa riassumere tutta la tradizione culturale afroamericana, dalla più antica all’avanguardia. Ha una visione immensa e guarda alle radici, diversamente da altri grandi jazzisti.

Il concerto al Lincoln Center del 1982 con The Young Lions (Wynton Marsalis, Paquito D' Rivera, Kevin Eubanks e Anthony Davis ecc.) lo consideri il più importante della tua carriera - come scrisse la critica (che ti consacrò come una delle promesse più importanti degli anni ’80) - o solo uno dei tasselli del tuo mosaico fin qui realizzato?
Fu un momento importante, accompagnato da una critica lusinghiera che presentò questo evento come una novità perchè da oltre dieci anni non si faceva che parlare del fenomeno Wayne Shorter. Tuttavia ci sono altri eventi rilevanti e per alcuni aspetti storici. Ad esempio, i concerti alla Carnegie Hall: oltre al primo, di grande spessore fu il quarto con la New York Symphony Orchestra. Giorno importantissimo per la mia vita è stato quando ho suonato insieme a mio padre a Parigi per il Presidente François Mitterand. Inoltre, cito come data importante per la mia attività una serata musicale di 11 anni fa a Norimberga, quando per pura coincidenza incontrai Ilse Weinmann, che è diventata la mia manager. Dico questo per sottolineare l’importanza di questa figura professionale che segue il lavoro di un musicista. Io non so fare business e allora è basilare trovare un professionista di fiducia, che facilita e promuove i nostri progetti, evitando così insuccessi e pesanti conseguenze, che in alcuni casi hanno portato grandi jazzisti a morire miseramente.

     

Nel corso del tuo viaggio musicale ti sei calato in molteplici generi, dal jazz al funk, dal soul al blues al rap, tra forme extrajazzistiche ma sempre figlie della cultura afro-americana. A un certo punto fai una deviazione, vai oltre confine per recuperare elementi del patrimonio africano sparso nel mondo, come dimostra il progetto Guataca dove risaltano, tra gli altri, ritmi afrocubani come son montuno e rumba. E il momento clou di questa escursione ‘caliente’ è raccolta in «Oh, By The Way» cui ha collaborato anche Hilton Ruiz. Ce ne puoi parlare?
Questo disco risale al 2002 e lì appare anche Hilton Ruiz, bravissimo pianista purtroppo scomparso repentinamente due anni fa a New Orleans. E’ vero nell’album c’è l’essenza del progetto Guataca, percorso che si era venuto delineando piano piano attraverso anni di collaborazione con artisti di quell’area geografica, suonando a Cuba, in Centro e Sudamerica, lavorando con Machito, Tito Puente, Irakere di Chucho Valdés, Eddie Palmieri, Paquito D’Rivera ecc. Quindi all’inizio del Duemila concretizzai questo lavoro mentre stavo cercando nuove strade rispetto a difficoltà esistenti nel modern jazz, ma spinto soprattutto da un grande feeling che sento verso il Caribe, i ritmi afrolatini, l’Africa, la world music. Così nacque Guataca (nel linguaggio popolare cubano ‘guataca’ è: persona con orecchio musicale; zappa percossa che, assieme ai tamburi, accompagna i canti dei rituali congos)che porto avanti con artisti cubani, portoricani, colombiani ecc., un’idea che guarda più lontano perchè amo tutta la musica, italiana, francese, andalusa, africana e mi piace sperimentare ma sempre ancorato al linguaggio con cui sono cresciuto.

Guataca è l’ultima creatura oppure ci sono progetti più recenti e nuovissimi a cui stai lavorando?
No, l’ultimo è quello con The Leaders, di cui ho fatto cenno prima, con il quale cerco di rilanciare la straordinaria esperienza fatta con Lester Bowie, Arthur Blythe, ecc. Ora i Leaders hanno facce nuove tra cui Eddie Henderson e Bobby Watson. Adesso sto preparando un disco jazz con l’organista tedesca Barbara Dennerlein, per l’anno prossimo uscirà un lavoro con Ray Anderson di afro funky hip hop, e poi altre iniziative.

Abbiamo aperto parlando di tuo padre, poi di te. Concludendo, non ti chiedo di elencare la tua ricca e variegata discografia ma almeno segnalarci gli album che vedono riuniti i vostri due nomi. Infine, che cosa fa Von Freeman alla sua veneranda età?
Partiamo dall’ultima: mio padre lo scorso 3 ottobre ha compiuto ottantasei anni, è attivo e suona nei locali di Chicago. Gli album dove suoniamo assieme dovrebbero essere cinque, se la memoria non mi tradisce, e sono: «Fathers And Sons» del 1982, con tre contributi dei Marsalis; «Lord Riff» 1987; «You'll Know When You Get There» del 1989; «Freeman & Freeman» del 1990; «Von & Chico Freeman Live at the Blue Note with Special Guest Dianne Reeves» del 1999.

Foto: Gian Franco Grilli

A cura di:
Gian Franco Grilli
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