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INTERVISTE

Andrea Braido: da Corcovado a Samba Pa Ti

12/03/2009

In Jazz Garden & Friends, il suo ultimo album, si incontrano poesia, improvvisazione, swing, e un fraseggio jazzistico da brivido. Ora il chitarrista trentino è sulle orme della musica latina: a settembre uscirà un omaggio a Carlos Santana. Ce ne parla in questa intervista apparsa sul mensile JAM – viaggio nella musica (n.157- marzo 2009).
Ringraziamo Jam, pubblicazione edita dalla Cooperativa Giornalisti Seven Arts, per averci consentito l’utilizzo e la diffusione dell’intervista realizzata dal nostro collaboratore G. F.Grilli.

La sua chitarra è un crocevia di linguaggi diversi, creatività e fiumi di note. Che impazzisce con rock, blues, funk, latin ed esplode di gioia suonando jazz. Infatti, Andrea Braido è un effervescente e virtuoso polistrumentista in grado di muoversi a altissimo livello nel mondo della musica moderna.
A ventun’anni inizia a collaborare con grandi cantanti “pop” come Patty Pravo, per proseguire con Vasco Rossi, Baccini, Mina, Zucchero, Eros Ramazzotti e Laura Pausini. Alla fine degli Ottanta scende in campo per intraprendere la carriera da solista, maturando esperienze internazionali a fianco di grandi strumentisti tra cui Frank Gambale e Marcus Miller. Oggi sulla soglia dei quarantacinque, Andrea Braido è un chitarrista completo. E un’ulteriore dimostrazione - dopo gli album Sensazioni nel tempo, Plays HendrixMusic e Braidus in Funk - l’abbiamo ascoltando Jazz Garden & Friends, il suo ultimo cd (Videoradio- Rai Trade) che ci fa capire quante note musicali siano passate sotto i ponti. Di qui lo spunto per una chiacchierata con l’eclettico e sincero musicista trentino, ma con un dna ibrido.

Dopo canzoni, rock e funk tra le corde si fa spazio il jazz. E’ l’inizio di un nuovo ciclo o un casuale omaggio a un amore nascosto?
Sì, è il mio primo disco di jazz e rappresenta l’evoluzione graduale del mio lavoro. Jazz Garden è il frutto di un’idea che avevo nel cassetto e ho aspettato di pubblicarlo quando ho capito che i livelli di energia, ispirazione e concentrazione erano al punto giusto. Ma il jazz fa parte del mio bagaglio espressivo generale anche quando suono rock e diciamo che questo è il volume 1. Ne farò altri, ora sto prendendo contatti per presentare il progetto a rassegne jazz.

In “Jazz Garden” ti piace giocare con il bebop, scattante e nervoso, un po’ alla Parker, e si scorge un fraseggio ispirato al linguaggio percussivo. Come mai c’è questo ritmo che cerca di liberarsi nelle improvvisazioni?
Grazie per il riferimento a Charlie Parker perché è una delle mie prime influenze jazz, prima di Coltrane e Davis. La ritmicità si deve al fatto che il mio viaggio musicale è cominciato a quattro anni con la batteria, a dieci iniziai a fare molte serate con orchestre di adulti in feste campestri e locali suonando musica da balera, ma anche i Santana, Deep Purple, Nomadi ecc.

L’album nasce dalla classica formula solista più ritmica.
Essendo io il compositore e l’artefice del progetto, non c’è dubbio che il mio ruolo è centrale. Tuttavia vi sono interazioni e spazi solistici per i due amici che ho coinvolto. Artisti con i quali c’è feeling da vecchia data e sono dei veterani del jazz: uno è Davide Ragazzoni, batterista che ha suonato con quasi tutti i jazzisti americani che passavano da Venezia; l’altro è Bruno Zoia, bassista genovese con cui ho fatto jamsession interminabili venticinque anni fa. L’amalgama ottenuto in questo lavoro mi soddisfa molto.

Come sei giunto alla scelta dei sette standard jazzistici che affiancano le tue composizioni?
Volevo omaggiare alcuni dei grandi maestri rileggendo una loro opera, così ho pensato a Miles Davis, George Gerswhin, Ornette Coleman, Henry Mancini e Tom Jobim. Invece la scelta dei pezzi di Duke Ellington (Caravan) e Django Reinhardt (Nuages) è nata per caso: una sera dopo cena pensai di registrarli come gioco. Li feci poi sentire al mio produttore Beppe Aleo della Videoradio (www.videoradio.org), che si entusiasmò fino al punto da volerli inserire nel cd, che ha quattordici tracce.

Quali sono le composizioni di questo disco a cui tieni in particolar modo?
Primo, il brano che ho scritto in omaggio a Franz Zappa: Waltz on the Wind 2° parte, dove ho suonato tutti gli strumenti, tranne marimba e xilofono affidati a Marco Bianchi. Poi, Relax in Swing e Song for my mother, perchè esprimono lo spirito musicale che volevo raggiungere con questo disco. Tra le cover, The days of wine and roses di Mancini, dove mi sono divertito ad armonizzare alla Barney Kessel; Solar di Miles, interpretato un po’ fuori dalle righe; Jayne di Coleman mi piace per l’andamento un po’ latino.

Già, latino. Spirito presente in “Corcovado”, e non solo. Ad esempio in “Messico City”, con un iniziale reperto ritmico abbastanza insolito e poi sembra far capolino, lievemente, anche Santana?
L’attacco del pezzo, infatti, è in sette ottavi. Il pezzo, almeno la prima parte, lo sento vicino a Metheny, nel finale, i suoni lunghi dell’assolo possono ricordare il grande Carlos, che tra l’altro è stato uno dei primi in assoluto a influenzarmi quando ancora suonavo la batteria. E proprio ispirato a Santana sto realizzando un lavoro che, visti i tuoi interessi, credo ti piacerà.

Puoi anticiparci qualcosa?
Sarà un disco molto latineggiante, con mie composizioni e brani di Carlos Santana riarrangiati. Bobby Sparks - tastierista di Marcus Miller - con l’Hammond e mini-moog rinnova totalmente un pezzo famoso dei Santana e in tre pezzi mi sono avvalso di un giovanissimo batterista foggiano: Miki Uli. Collaboreranno altri due importanti musicisti ma c’è il top secret. Uscita dell’album: settembre 2009.

Per concludere, possiamo considerare la tua incursione nel jazz una sorta di dimostrazione dell’interazione esistente tra jazz, rock-blues e canzone mediante l’improvvisazione?
Esatto, è proprio così e l’ho sempre vissuta come l’hai descritta.

Foto: fornite dall’artista.

A cura di:
Gian Franco Grilli
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