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Airto Moreira: magico pandeiro
25/06/2009
Percussionista, batterista, ma anche compositore e produttore, Airto con la sua originale pronuncia delle percussioni brasiliane fornì un rivoluzionario contributo ai linguaggi del jazz e della world music tanto da ispirare la creazione della categoria «percussioni» nel referendum fra i lettori del prestigioso Down Beat per eleggere il miglior percussionista nel Pianeta. Titolo che Moreira nel corso della sua carriera si è aggiudicato molte volte. Il Focus su... Airto Moreira: Suona come vuoi ma prima devi ascoltare che vi proponiamo è ripreso da Musica JAZZ - n.06, giugno 2009.
| Ringraziamo la direzione del mensile di Hachette Rusconi S.p.A. per consentirci la diffusione del lavoro di Gian Franco Grilli che ripercorre la vicenda del maestro brasiliano del ritmo Airto Guimaraes Moreira, il quale da mezzo secolo (e con la moglie Flora Purim) fonde samba, jazz e world music. |
Un autoritratto in miniatura partendo dai primi battiti…
Sono nato nel 1941 a Itaiópolis nello stato brasiliano di Santa Catarina. Ma non ricordo nulla di quel villaggio perché all’età di due anni la mia famiglia andò nel Paranà. Dal racconto dei miei, l’istinto musicale si manifestò mentre gattonavo: mi sedevo sul pavimento, urlavo e ritmavo con le mani come un forsennato. Questo allarmò mia madre tanto da portarmi da mia nonna – che viveva in un’altra città – perché avevo attacchi di «pazzia». I primi due giorni furono tranquilli; poi, quando ripresero le «crisi», la nonna staccò la radio e all’istante mi fermai: stavo accompagnando le musiche in onda.

Individuata la causa, la ««pazzia» fu curata in una casa di musicisti o...
No, nessuno suonava in famiglia, anzi quando mia nonna pronosticò per me un futuro musicale i miei genitori non la presero bene perchè a quel tempo il mestiere del suonatore rappresentava quasi una ‘disgrazia’ perchè voleva dire un lavoro incerto. All’età di 4 anni la nonna mi regalò un pandeiro, che fu il mio primo strumento e così cominciai a sviluppare il mio istinto ritmico senza maestri anche perchè a Ponta Grossa, dove abitavo, non c’erano scuole musicali, invece c’era una radio dove cantavo.
La cultura brasiliana è il risultato della mescolanza di tre etnie: afro-indo-lusitana. Quali di queste componenti hanno influito di più su di te?
Direi le ultime due, infatti europei e indios sono ben presenti nel Paranà, mentre scarse sono le tracce africane, non è come Bahia. Ho cominciato ad assimilare la tradizione afrobrasiliana (tamburi, berimbau ecc.) e altre sonorità nell’ambito dell’attività professionale, iniziata a 13 anni, viaggiando negli stati di Bahia, Alagoas, Pernambuco eccetera.
Tanti strumenti nel tuo set. Oltre alla batteria, e al di là del formato con cui ti esibisci (solo, combo, orchestra), quali sono quelli indispensabili per la tua tavola di percussioni?
Certamente il pandeiro, poi sonagliere, che sono grappoli di semi o gusci vegetali per riprodurre sonorità della natura. Quando viaggio in aereo, ai fondamentali aggiungo caxixi, agogo, campanelli, ninnoli, triangolo, cabasa, cuica eccetera., ma decido “assieme” allo spazio del bagaglio.
Ha un nome il primo strumento che hai creato e continui a costruirne?
Il mio primo oggetto sonoro, che feci quando ero un bimbo, non ha un nome specifico. Era una sorta di fischietto-zufolo, costruito con foglie e parti di piante tagliate e piegate, serviva per richiamare gli uccelli imitandone il canto: una tecnica di caccia che abbandonai presto e sono contento perchè amo le creature libere nei boschi. Ora ho poco tempo e di rado costruisco nuovi arnesi, ma quando avviene utilizzo materie naturali.

Ho letto che quando eri batterista del Sambalanço Trio suonavi una quijada de burro (mandibola di asino) trovata per strada.
Intanto diciamo che è uno strumento, ma l’episodio ha qualche imprecisione. Camminavo sulla sabbia in una zona un po’ desertica (e non in una strada) del Natal - nel nord del Brasile - quando trovai questa mascella cui la gente non faceva caso perchè non sapeva che farsene e non pensava alla quijada, strumento che non fa parte della nostra tradizione. Io invece la presi perchè avevo visto il grande uso della quijada nelle orchestre di Cuba e della Spagna che suonavano nel Paranà, come Suspiro de España e Casino de Sevilla. Ora nel mio set non c’è la quijada, né tradizionale né moderna (vibraslap, una versione meccanica - NdA), ma due mandibole d’asino - recuperate da un’amica - mi stanno aspettando in Brasile.
Cosa ricordi del periodo della bossa e del cool jazz in Brasile?
Noi non suonavamo quasi mai bossa nova, tranne poche volte nei club di Rio de Janeiro dove eravamo quasi obbligati. La bossa dal punto di vista ritmico è semplice, ripetitiva (e Airto intona il pattern con la voce), non come il samba dove puoi ‘saltellare’ e sbizzarrirti con maggiore allegria. A cavallo degli anni Cinquanta e Sessanta ero a San Paolo dove suonavo musica folklorica , dopo venne il Sambalanço Trio, molto noto in quegli anni, con un repertorio di samba mescolato alle correnti del jazz.
Parlaci della tua formazione jazzistica e dei tuoi batteristi preferiti?
Io sono un autodidatta, non ho mai avuto un professore. C’era invece un amico che a quel tempo possedeva una Victrola, uno di quei vecchi giradischi, e così andavo a casa sua ad ascoltare i jazzisti americani e da lì prendevo gli spunti per studiare. Drummer: in cima ci metto Jack De Johnette, abbiamo lavorato assieme nel gruppo di Miles Davis, le sue bacchette sono d’oro, ha grande musicalità, è un bravo compositore. Tra i brasiliani un bel nome era Edison Machado, scomparso circa vent’anni fa.
E tra i colleghi multipercussionisti chi sono i grandi, magari anche della scuola afrocubana?
Un artista importante che mi piace moltissimo è Trilok Gurtu. Ora vive in Germania ma è di origini indiane; eppoi apprezzo il suo connazionale Zakir Hussein e il mio compatriota Naná Vasconcelos. Il miglior conguero (lo dicono anche cubani) è il portoricano Giovanni Hidalgo: ha suonato spesso nel gruppo mio e della cantante Flora Purim (mia moglie da 42 anni) soprattutto nelle tournée al Ronnie Scott's Jazz Club di Londra.

Cuba e Brasile sono due giacimenti sonori riconosciuti universalmente, fanno parte dello stesso continente, hanno origini comuni, ma sotto l’ombrello del latin jazz per molti la corrente brasiliana non c’è. Perchè?
Non ho mai pensato a questo fatto. La mia è musica brasiliana che nasce dall’articolata realtà del nostro Paese. I latinos, quelli della scuola ritmica afrocubana, credo siano più vincolati, hanno a che fare con la clave, pulsazioni e accenti particolari, un pattern preciso che bisogna eseguire in un certo modo. E’ molto diverso dalla nostra tradizione, ma per me non è mai stato un problema perchè ho suonato con latini come Changuito, Giovanni Hidalgo e Ignacio Berroa nella band di Gillespie, e così via.
Eri presente alle sedute di “Bitches Brew” di Miles Davis assieme a Zawinul, De Johnette, Shorter, ma il tuo nome non è sul disco. Perchè?
Sì, collaborai a quel lavoro perchè Joe Zawinul segnalò il mio nome a Davis. Nel disco ho suonato percussioni a mano, svariati oggetti sonori, e non sono visibile per due motivi: quando entrai in sala il gruppo stava registrando già da qualche tempo; inoltre, ero sotto contratto con l’etichetta CTI Records di Creed Taylor - il produttore che fondò l’Impulse, poi lavorò alla Verve - che non mi concesse l’autorizzazione. Rimasi nascosto, ma c’ero.
Oltre ai nomi citati, hai suonato con tutti i grandi: Corea, Barbieri, Jarrett, Quincy Jones, George Duke, Paul Simon, Santana. Ma chi è il primo jazzista statunitense con il quale hai inciso e quello che stimi di più?
Arrivai a New York nel 1967 e il primo lavoro l’ho registrato col sassofonista Paul Desmond per l’album «Summertime», poi lavorai con il trombonista Jay Jay Johnson e molti altri. Il jazzista più importante per la mia vita è stato Cannonball Adderley, grande musicista con cui ho suonato, una persona straordinaria e di una bontà incredibile.
Negli anni Settanta, il tuo contributo musicale nel jazz e nella world music ispirò la creazione della categoria «percussioni» nel referendum fra i lettori di Down Beat. Qual è il segreto per ibridare i vari stili?
Io credo nell’energia universale che domina la nostra esperienza. Bisogna lasciarsi andare e seguire il dettato ritmico di una «vocina interiore» collegata all’anima. Ascoltare, suonare o cantare quando serve, anche pause e silenzi ci stanno, e questo vale per ogni tipo di musica e situazione. Questo è il segreto (ride!) imparato in gran parte da Miles Davis che ripeteva: ”listen and play, listen and play”; io ascoltavo la musica, guardavo il mio set di strumenti, ne prendevo uno e mi inserivo. E’ stato abbastanza semplice e naturale, seguendo un po’ la ‘vocina’ che ti dice come e quando.

Metà anni Sessanta: Brasile sotto dittatura, molti artisti se ne vanno negli Stati Uniti, altri a Parigi eccetera. La tua scelta di partire fu spinta dal clima politico-sociale o solo da motivi artistici?
Me ne andai per entrambi i motivi. Per il cantautore, le ragioni furono di ordine politico: era proibito cantare melodie con testi critici. Per il musicista, invece, non c’era censura: se ne andava perchè il Paese gli stava stretto; si sentiva parlare di luoghi stranieri dove lavorare, sognare e conoscere un nuovo mondo. Pensavamo di stare all’estero per un anno al massimo, ma l’ottanta per cento non rientrò. Io ho trascorso quasi tutta la mia vita negli Stati Uniti, vivo in California, ma il mio passaporto è brasiliano.
...nel bene e nel male, perchè in passato hai espresso delle riserve sulla vita dei nordamericani. La pensi allo stesso modo? Se è ancora così, come mai gli artisti vogliono vivere negli Stati Uniti?
Sì, ho la stessa opinione, la situazione è la medesima perchè ritengo che è una Nazione che non ha cultura e lì tutto gira attorno al business. Molti continuano ad andare negli Stati Uniti perchè pensano di fare successo, mentre neanche il dieci per cento ce la fa. Qui in Europa invece vedo che c’è cultura, c’è maggior senso artistico.
Oggi il jazz negli Stati Uniti è diverso da quello che incontrasti alla fine degli anni Sessanta?
E’ cambiato molto, e in peggio. All’epoca c’era molto più jazz, si ascoltava in moltissimi club e teatri. Ora a New York ci sono solo due jazz club di buon livello, con prezzi elevati, e non tutti possono spendere300 o 400 dollari, a coppia, per una serata.
Discografia vastissima, la tua (www.airto.com). A quali Cd sei più affezionato?
Due produzioni in particolare: «Promises Of The Sun», con Milton Nascimento, e «Quarteto Novo», titolo omonimo del gruppo dove c’era anche Hermeto Pascoal, registrato negli anni Sessanta in Brasile. E’ la musica più bella che ho suonato nella mia vita: ritmo brasiliano con jazz.
Musicista, compositore, produttore, e ora docente. Dopo mezzo secolo, ancora la voglia di viaggiare, altre scorribande, progetti?
Raramente faccio clinics: a Bologna è coinciso con il concerto organizzato da M.A.M.B.O. per il festival brasiliano, ma non amo insegnare, troppe responsabilità. Tra i progetti recenti cito la Mostra itinerante di strumenti musicali nei musei del Brasile (con concerto finale assieme a Flora e nostra figlia Diana, cantante-pianista). Ora sto lavorando con Flora per un nuovo cd che vede musicisti (da Chico Buarque a Djavan) e ritmi solo brasiliani.«Flora Brasileira» è il titolo esplicativo di questo album. Un’opera importante, sia per Flora sia per i brasiliani: è la prima produzione tutta brasiliana di Flora.
Gian Franco Grilli
Foto: dell’Autore. Di Mario Ventimiglia invece quelle di Moreira con camicia verde.
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