TATIANA BONAGURO SI RACCONTA

Salsa.it - Interviste: A tu per tu con Tatiana Bonaguro

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Tatiana Bonauguro si racconta (2020 interviste)
Tatiana Bonauguro si racconta (2020 interviste)

Tatiana Bonaguro è nata a Milano il 5 marzo 1988 ed è una ballerina della compagnia, famosa in tutto il mondo, dei Tropical Gem, oltre che coreografa ed insegnante presso la Sosacademy dance school.
Abbiamo approfittato di queste settimane di “riposo forzato” da congressi ed eventi per
farle qualche domanda e ripercorrere assieme a lei la sua carriera.

Tatiana Bonaguro non ha bisogno di molte presentazioni…quindi raccontaci un po’ come è nata Tatiana ballerina e se questo era il tuo sogno fin da piccola?

Iniziai a ballare all’età di 12 anni grazie a mia madre che frequentava il famoso Tropicana di Milano e un sabato sera mi propose di andare con lei a ballare salsa. All’inizio ero molto timida. Il locale aveva un piano superiore da cui era possibile osservare la pista, ma io non scendevo mai perché mi vergognavo…poi una sera decisi di lanciarmi nell’animazione e, da quel momento, non smisi più di ballare!
Iniziai così a frequentare il corso base di Fernando Sosa e Alyra Lennox, e, di seguito, anche i corsi di Rafael Gonzales e Sandy Ramos. Ero sempre a scuola, partecipavo ad ogni stage e a qualsiasi evento!
Dopo i primi due anni di full immersion, i miei maestri decisero, senza farmi promesse, di incrementare il mio percorso facendomi partecipare all’allenamento del gruppo Tropical Gem.
Dopo sei mesi di duro lavoro debuttai, a Marzo 2003, nella compagnia con la coreografia “Astrosalsa”.
Prima di intraprendere lo studio della salsa non mi era mai passata per la testa l’idea di ballare o di iscrivermi ad un corso di danza. 
E’ stato un percorso incontrato per caso ma che, evidentemente, dovevo iniziare e ringrazio sempre la vita per avermelo fatto conoscere. –

Cosa significa essere la ballerina di Fernando Sosa e stare al suo fianco tutti i giorni? Vi trovate mai in disaccordo su qualcosa?

Affiancare un personaggio del calibro di Fernando Sosa è una grande responsabilità e implica molte cose: mantenere un’immagine professionale, artistica, fisica e veritiera sempre alta, continuare il mio percorso di studio per poterlo affiancare e completare al meglio nelle lezioni, essere un punto di riferimento all’interno del gruppo per i miei compagni, fornire il mio contributo artistico in sala prove e altre responsabilità meno rilevanti.
Non nego che anni fa, quando mi ritrovai in questa posizione, non fu affatto facile capire come gestirle nel migliore dei modi ma, con l’esperienza e la maturità, credo di aver raggiunto un equilibrio che mi permette di ottenere grandi soddisfazioni.
Le discussioni, come in ogni rapporto, ogni tanto ci sono…sarebbe strano il contrario 😊 ma negli ultimi anni siamo molto collaudati e, più che litigi, abbiamo sempre scambi di opinioni costruttivi per entrambi. –

Oltre a Fernando, chi sono gli altri grandi maestri che hanno contribuito alla tua formazione e ti hanno trasmesso insegnamenti preziosi?

Come ho accennato prima i miei grandi referenti sono stati i Tropical Gem originali, quindi Fernando Sosa, Rafael Gonzalez, Alyra Lennox e Sandy Ramos.
Ovviamente Fernando continua tutt’oggi ad essere il mio maestro e la mia più grande guida, ma aver avuto loro quattro come primi insegnanti per me è stato un grande colpo di fortuna!
Ho assorbito tutto ciò che mi hanno trasmesso come ballerini, maestri, il loro metodo per quanto riguarda la creazione di coreografie, la gestione di un gruppo, di una lezione e molto altro.
Max Tripicchio è stato un altro maestro di fondamentale importanza per me.
Con Fernando e con lui (che è stato, a sua volta, allievo di Fernando e poi ballerino dei Tropical Gem per anni) ho iniziato le mie prime esperienze di insegnamento.
Un altro che reputo tra i migliori maestri al mondo è Marco B.
E poi Alberto Valdes, da sempre un riferimento per tutti noi, non solo come ballerino ma anche come persona.

Qual è stato lo spettacolo più bello ed emozionante della tua carriera fino ad ora?

Tra gli show il mio preferito è stato “Una notte a New York”. Lo spettacolo racchiudeva ballo, recitazione ed una tematica molto significativa.
Ha regalato a me e al gruppo moltissime emozioni soprattutto durante il debutto in
Spagna, quando, verso la fine, sul coro della canzone “Pedro Navaja” e sulle parole “la vida te da sorpresas, sorpresas te da la vida” tutto il pubblico si è alzato in piedi ed ha iniziato a cantare…sono scoppiata in lacrime ed è stata una delle sensazioni più belle mai vissute su un palco.
Poi, ricordo sempre con molta emozione la coreografia “Diablo Rojo” perché, oltre ad essere una delle coreografie più rilevanti dei Tropical Gem, fu la prima che Fernando ed io coreografammo interamente insieme. A livello personale fu un grande traguardo.
Tra i molti momenti belli ed emozionanti vi sono anche la vincita a Las Vegas con “Impacto” e il gruppo in versione mega crew, alcune esibizioni in Sud America e tutti i debutti al Salseando Beach e al Camana Club. –

Raccontaci, invece, un episodio divertente o un po’ imbarazzante che ti è accaduto durante uno show.

Episodi problematici, per fortuna, non mi sono mai accaduti.
Un reggiseno che si slaccia, un vestito che si sposta…cose di normale routine.
Però, una volta, mi bloccai con la schiena durante uno show. A ripensarci ora mi viene da ridere ma in quel momento non fu particolarmente divertente. –

Tu viaggi, assieme ai Tropical Gem, praticamente tutto l’anno e ovunque nel mondo. Quali sono i Paesi dove ti rechi più volentieri per partecipare ai Congressi di salsa?

Io ho un debole per l’Oriente e, in particolare, per il Giappone.
Da qualche anno, purtroppo, non ci andiamo ma è uno dei viaggi che ho amato di più.
Posso dire che ogni Paese mi regala emozioni diverse.
In Uruguay, Argentina, Perù, ed in generale in Sud America, ci accolgono sempre con molto affetto e i loro dolci fantastici.Mi piace molto anche andare al congresso di Las Vegas perché è come tornare “a casa”.

Com’è possibile, dopo tanti anni di carriera, continuare a ballare con passione ed energia, inventando sempre nuove coreografie e senza perdere mai l’entusiasmo?

– Penso che quando il proprio lavoro sia vera passione è difficile perdere l’entusiasmo.
La forza del gruppo è avere, innanzitutto, un boss instancabile, così pieno di energie e di risorse.
Il gruppo include oggi molti elementi giovani e giovanissimi, carichi di grinta e voglia di fare.
Tutto ciò è “benzina” sia per Fernando Sosa, ma anche per me che ne faccio parte da molti anni.
Poi, all’arte non si comanda (non era al cuore?!! 😊) e finché ce n’è noi andiamo avanti!
Io amo quello che faccio e mi ritengo molto fortunata ad alzarmi la mattina per andare a svolgere un lavoro che mi piace. –

Io penso che essere dei bravissimi ballerini non significhi automaticamente essere anche ottimi insegnanti perché per insegnare bisognerebbe riuscire non soltanto a trasmettere la propria tecnica, ma anche a tirare fuori il meglio dai propri allievi, a comprendere le loro difficoltà e soprattutto adattarsi in base alle persone che si hanno di fronte in sala.
Tu come hai imparato negli anni a diventare una brava insegnante?

– Innanzitutto grazie mille!
Sì, in realtà, ballerino e maestro sono due figure completamente distinte e, a queste due, ne aggiungerei anche una terza che spesso viene confusa, quella del coreografo.
La figura dell’insegnante credo sia la più difficile perché implica il rapporto con una persona che ti sta davanti, che vuole apprendere a ballare per motivi diversi e che paga (cosa da non sottovalutare). Ciò comporta, innanzitutto, che un buon maestro debba saper sempre riconoscere chi ha di fronte e per quale motivo sta lì e, in secondo luogo, quali capacità ha questa persona. Non tutti hanno la stessa velocità, età, voglia di imparare e anche lo stesso talento.
Ho citato sopra i maestri che mi hanno trasmesso il loro metodo ma è naturale che la maggiore esperienza la fai in sala, da sola o con il maestro che affianchi.
Devi imparare a guidare la lezione, captare l’energia, cercare di fare in modo che tutti siano contenti, invogliare e poi, ovviamente, insegnare per passione e con passione.
La passione non può che influenzare in modo positivo i tuoi allievi.

Come stai affrontando questo lungo periodo di quarantena e quali insegnamenti pensi dovremmo trarne tutti noi e i ballerini in particolare?

Volevo prima di tutto ringraziarti per questa intervista perché mi ha permesso di fare un “ripasso” della mia carriera e quale momento migliore, se non questa quarantena, per ripensare e meditare.
Sarò sincera. Il periodo che stiamo vivendo porta molta tristezza ed incertezza ed è ovvio che, come tutti, anche io provi queste emozioni.
All’inizio è stato un po’ traumatico: pandemia globale e in pochi giorni ci siamo fermati del tutto. Niente più lezioni, serate, congressi, viaggi, allenamenti, tutto fermo.
Ma il “caso vuole”, anche se, secondo me, il caso non esiste e tutto succede per una ragione, che mesi fa io abbia iniziato un percorso di crescita personale con una maestra a cui sono molto grata (si chiama Deva) che, in questo periodo, mi ha aiutata a concentrarmi e a lavorare su me stessa.
Sto sfruttando questa quarantena innanzitutto per riposarmi, cosa che non so da quanto tempo non facevo più ma, soprattutto, per fermarmi e riflettere su quanto sia importante il tempo che dedichiamo a noi stessi e come “aggiustare il tiro” in alcuni aspetti della mia vita. E’ una cosa che in 32 anni non ho mai fatto. 
Quindi, credo che il miglior insegnamento sia: prenderci cura di noi stessi.
Per i ballerini, in particolare, può essere un tempo per allenarsi più tranquillamente, per creare, per sfruttare lezioni online e per studiare teoria.
Io sto cercando di fare un po’ tutte queste cose.
Riesco a fare sessioni di yoga e di stretching tutti i giorni, curare la mia alimentazione con pasti cucinati con calma, preparare le sequenze ed allenarmi sia su vecchie coreografie che sperimentare nuovi passi lasciando spazio all’ispirazione.
Credo che questo sia un urlo che la Madre Terra ci sta lanciando, uno STOP che è importante cogliere.

A cura di: Chiara Saragò
Graphic work by: Francisco Rojos

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