VINO TINTO A LATIN, LA PRIMA VENDEMMIA

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Il pianista Massimo Testa, timoniere di questo nuovo progetto di jazz latino, trent’anni fa accompagnava Vasco Rossi e Paolo Conte. All’inizio del Novanta stava in pista a ballare la salsa, da meno di dieci ha intrapreso un nuovo cammino per trovare una propria cifra stilistica incrociando in modo soft, jazz elettrico, funky, ritmi afrocarabici e bossa. Da poco è uscito il prodotto della prima vendemmia di
Vino Tinto, che all’orecchio mostra un sabor non troppo corposo secondo canoni enologici, ma in chiave sonora questo sembra essere proprio il segreto del successo del nettare musicale del quartetto emiliano. Ne parliamo con il suo artefice principale.

Vino Tinto, perché?
Mi piace il vino rosso, comunque, in spagnolo poi si dice così e da qui è nato il nome del gruppo senza una ragione specifica.

Ti chiedo prima un tuo ritratto e via via tracciamo il profilo del gruppo.
Mi chiamo Massimo Testa, ho iniziato da ragazzino a studiare il pianoforte, classico, con il maestro Mostacci, l’allora direttore del Conservatorio di Bologna. Poi al liceo è arrivato il mio primo gruppo fra studenti, con amici anche loro appassionati di jazz e di jazz elettrico alla Miles Davis, Weather Report eccetera. Eravamo nei primi anni Settanta, l’epoca di Bologna rock, creammo una band che si chiamava Business Group e registrammo anche una cassetta prodotta dall’Harpo’s Bazar, etichetta che curava vari gruppi come Skiantos, Windopen , Gaznevada, quella di Bologna rock. Quindi un po’ di gavetta con varie orchestre e poi mi chiamò Vasco Rossi per fare un tour a cavallo tra 1980 e inizio ’81; aveva fatto da poco Non Siamo Mica gli Americani.


Non era ancora il Vasco supernazionale?
…ma localmente era già un fenomeno con un buon successo in Emilia, Toscana, Veneto. Dopo la tournée con Vasco per un anno e mezzo lavorai in orchestre nei night, esperienza massacrante, con un repertorio soprattutto di ballabili, ma molto utile perché impari a suonare concretamente per far ballare la gente. Poi ho ripreso a suonare jazz nei club, cosa che continuo a fare, e collaboravo spesso con il bassista degli Area, Ares Tavolazzi, con il batterista Giulio Capiozzo e tanti altri. In seguito andai in tournée per un paio d’anni con il gruppo di Paolo Conte.

Nello stesso periodo di Jimmy Villotti?
No, lui c’era stato prima, poi è ritornato, credo con il bassista Tiziano Barbieri, musicista con cui ho suonato molte volte assieme. Poi ho lavorato un anno e mezzo con Vinicio Capossela. A parte queste fasi di musica leggera continuavo sempre a suonare jazz nei club con nordamericani di passaggio o italiani.

In quegli anni avevi già intrapreso l’attività professionale extramusicale che svolgi adesso o…
Sì, avevo già cominciato, e comunque coltivavo entrambe le esperienze anche perché mantenersi soltanto con la musica era sempre più difficile, se non facevi orchestra da ballo. Le tournée cominciarono a diminuire paurosamente. Un tempo c’erano le tournée anche dei cantanti di seconda fascia, bravi ma diciamo di secondo livello. Da un certo momento in avanti sono rimasti più o meno dieci musicisti che fanno tournée in Italia. Oltretutto bisogna ricordare che il baricentro musicale si è spostato da Bologna verso Roma o Milano, mentre una volta venivano nella nostra città a cercare gli artisti per le tournée.

Quindi Bologna non solo capitale enogastronomica ma anche musicale. Quando entra lo spirito latino nella tua vita e nel tuo modo di suonare?
Direi ai tempi del Mestizo, locale salsero bolognese, all’inizio degli anni Novanta dove conoscevo i dj-musicisti Jairo Bolaño e Paolo Pachanga, un ambiente che mi piaceva molto, si ballava, mettevano della salsa molto bella, e oggi è più difficile ascoltare musica così interessante. Ero un assiduo frequentatore di quella sala, non suonavo quella musica ma la ballavo. Suonai anche al Mestizo ma musica jazz. Con il tempo alcuni amici mi coinvolsero in un gruppo latin jazz e da lì mi sono dedicato a studiare per davvero montuno e così via….

Quali difficoltà incontra un musicista che ha attraversato rock, pop, jazz e musica leggera quando deve calare la tastiera nel latin jazz e abbinarla soprattutto a pattern ritmici afrocubani?
La componente ritmica, il montuno che ha delle regole, le scansioni ritmiche che vanno studiate. Molto ruota attorno a quel disegno ritmico con una pronuncia particolare, il tumbao del montuno.

Una serie di elementi che hai appreso come?
A parte che li ho sempre sentiti, ho poi studiato sul metodo della pianista Rebeca Mauleon, brava musicista e ottima didatta. Mi esercitavo molto su quel testo e poi ascoltavo molti dischi, ho assimilato dei parametri ritmici che vanno conosciuti e rispettati: se suoni cha cha mambo, rumba devi usare un certo linguaggio e concetti diversi da quelli jazz. Anche se bisogna dire che salsa, latin jazz e musica afroamericana hanno diversi punti in comune sul versante dell’armonia. Il latin jazz non lo impari di colpo, ma se ti avvicini con interesse, lo pratichi, ascolti parecchi autori, alla fine poi capisci come mettere giù le cose, come gira quella musica.

Con quale gruppo avviene l’esordio latino in pubblico?
Sette o otto anni fa con una prima formazione, Los bandidos, ma quello vero è nel 2008 quando ho formato il quartetto Vino Tinto con percussioni (Federico Guarneri), batteria (Leo Pestoduro), basso elettrico (Max Turone) e il sottoscritto al piano Fender.

La dimensione elettrica e il sound linguistico mi spingono a dire che è un latin jazz ibridato con fusion, sonorità moderne, ma anche rilassante.
Sì, sì….dal suono….in effetti uno dei miei pianisti preferiti è stato Chick Corea, che del resto all’inizio suonava con Mongo Santamaria e Cal Tjader. Capisco bene il tuo rilievo e ti spiego un motivo di questa impronta: questo progetto è nato con un sound elettrico vuoi per motivi pratici, vuoi perché il suono Fender mi è sempre piaciuto. Un altro fatto è che il basso elettrico si sposa efficacemente all’insieme, è una modalità che si caratterizza bene, è più omogenea.

E il nome della band è anche il titolo del vostro esordio discografico nel jazz latino. E’ così?
Sì, Vino Tinto è il primo nostro album. Iniziammo a suonare standard jazzistici e evergreen latini, poi mano a mano che proseguiva il nostro percorso abbiamo cominciato a suonare dei miei pezzi. Siccome il pubblico ha risposto bene alle nostre performance dal vivo quindi ci siamo concentrati sul quel tipo di lavoro e così gli undici brani del Cd sono tutti firmati da me e arrangiati insieme al gruppo. Inoltre questo ci permette di differenziarci un po’ dal cliché del mondo del jazz in cui predominano i soliti standard.

I brani li componi pensando ai moduli ritmici afrocaraibici più classici (mambo, cha cha , rumba e tralasciando currulao, joropo ecc.) o all’organico che hai a disposizione?
Io direi tenendo conto di entrambe le cose. Noi siamo più vicini all’afrocubanjazz però come dicevi giustamente poc’anzi incorporiamo anche fusion, funky, bossa; insomma musica molto ‘mezclada’ che…

… Che esprime essenzialmente le vostre esperienze maturate nella musica?
Esatto, infatti anche i miei colleghi, essendo coetanei, hanno fatto percorsi abbastanza simili ai miei. Siamo musicisti fusion come mentalità perché abbiamo suonato di tutto e quindi si tende a mischiare le sonorità e citare diverse situazioni. In più direi che abbiamo voluto fare un disco non di jazz in senso stretto né di ricerca molto particolareggiata, ma un album da ascolto.

Io aggiungerei, un Cd con un linguaggio delicato, ritmo lineare, che vuole traghettare pubblici diversi verso il variegato mondo espressivo del latin jazz contemporaneo. Detto questo, tra le note dei credits si legge a fatica ma si sente, e molto bene in un paio di pezzi, un ospite con voce robusta, agile fraseggio e inventiva che offre i momenti più stimolanti di questa produzione.
E’ Piero Odorici, un caro amico e anche grande sassofonista, a mio avviso uno dei migliori in Italia in campo jazz e che nel suo pedigree ha il latin jazz avendo collaborato svariate volte con il percussionista Ray Mantilla. Quindi Piero non ha avuto nessun problema per entrare in sintonia con la nostra situazione. Interviene nel primo brano in 6/8 intitolato Juliet Tresses e in Don Grolnick(traccia 9), che inizia a milonga, sfocia nel soul-blues tirato a cha cha cha.

Già, Don Grolnick, talento fusion, scomparso abbastanza presto.
Sì, un pianista jazz di un certo spessore, ha suonato con Steps Ahead, James Taylor, Michael Brecker , Marcus Miller, con tutti. Qualche anno fa fece un Cd di ottimo latin jazz, Media Noche, e gli ho dedicato un pezzo anche perché è un compositore che mi piace molto.

Ma “Per chi suona la campana”… è ispirato al film o… Eppoi, nell’atto di comporre pensi prima al ritmo o alla melodia?
Per chi suona la campana è dovuto un po’ anche al film, ma soprattutto mi frullava in testa il tema in quel modo. Comporre? Credo che avvenga contemporaneamente, melodia e ritmo si chiamano a vicenda.

E’ la stessa cosa, per te, lavorare con un conguero o un batterista?
Inizialmente pensavo, come fanno tanti, di utilizzare congas e timbales, ma il problema è trovare un timbalero con ottica jazzistica. Poi quelli che provengono da esperienze salsere, su pezzi non rigorosamente di salsa, ossia con una musica che esce un po’ dallo schema abituale, dove c’è lo stacco, la frase, l’incastro ecc., si trovano in difficoltà, a mio parere. In definitiva, con il piano elettrico e pensando alla nostra impronta sonora, la batteria si adatta meglio all’insieme.

Per riassumere, è un latin jazz che in alcuni tratti fa muovere i piedi, e ballare?
Volendo si può ballare, magari è un po’ troppo sofisticato per essere ballabile ma senza dubbio è orecchiabile. Un modo, come dicevi tu, di avvicinare i salseri più flessbili, e anche quelli che ne sanno poco di jazz e poco di latin ma che possono capire cosa succede, poiché non si trovano di fronte a fraseggi jazz troppo complicati o ritmiche troppo complesse. Il mambo e il cha cha sono i ritmi che intrecciamo di più nel nostro sound. Poi c’è rumba, bossa e altro ancora, ma in questo disco non c’è tutto ciò che suoniamo, ad esempio lavoriamo anche la rumba flamenca, una fonte ispirativa che non trascuriamo. In definitiva abbiamo tentato di trovare un suono personale e io credo che ci siamo riusciti abbastanza.

Sonorità personale o cifra stilistica alla Vino Tinto, il vostro è un latin jazz esclusivamente strumentale.
Certamente, anche se debbo dire che abbiamo suonato spesso con una cantante facendo standard e canzoni, ma avendo questo nostro materiale si è optato per un album strumentale.

Facciamo un passo indietro. Hai citato Chick Corea come punto di riferimento iniziale, ma quando hai scelto la pista latin, chi…?
Beh mi piacciono moltissimo Chucho Valdés (e i suoi partner del quartetto sono fenomenali), Michel Camilo, Gonzalo Rubalcaba e poi un monumento del jazz–salsa: Eddie Palmieri.

La vostra principale piazza musicale?
Bologna, dove viviamo, e qui ci esibiamo anche più volte nella stessa stagione al Chez Baker, al Bravo Café, alla Cantina Bentivoglio, insomma i principali club della città, ma sporadicamente suoniamo anche in altri contesti. Ora con il disco si spera di allargare il giro ma… intanto a luglio andremo al festival jazz di Arezzo.

Con quale etichetta e quanto tempo avete impiegato per registrare tutto il lavoro?
Prodotto da Indisound Record, abbiamo inciso in diretta il tutto in due serate, con una sovraincisione del sassofono e di qualche piccola percussione. Il disco è uscito in febbraio, lo vendiamo ai concerti, ma il movimento commerciale più significativo è attraverso la rete e in tutto il mondo con iTunes, Amazon; è scaricato in molti store.

I primi passi in ogni settore sono sempre i più difficili, e quindi chi ben comincia….

Gian Franco Grilli

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