Kip Hanrahan, Visionario Del Ritmo

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KIP HANRAHAN, visionario del ritmo
Beautiful Scars rilancia antesignane musiche senza confini. Nei quattro album dell’artista statunitense il sound afrolatino è ben rappresentato.
di Gian Franco Grilli

Un nome articolato, come la sua musica.
Kip Hanrahan è una figura poliedrica che anima la vita musicale americana contemporanea da oltre trent’anni come percussionista, compositore, produttore e discografico (sua è l’etichetta American Clavé). Nato nel 1954 da una famiglia di Ebrei irlandesi e cresciuto in un’area portoricana del Bronx di New York, Hanrahan sembra aver acquisito da quell’ambiente il desiderio di contaminazione culturale e musicale che lo accompagna nella sua instancabile ricerca artistica. Spinto dalla voglia di infrangere regole e stili ha cercato di riunire intorno a sé musicisti dai linguaggi più diversificati. Lungimirante il progetto di ben 25 anni fa che fece incontrare Jack Bruce – il più importante, forse, bassista della storia del rock – con i migliori musicisti afrolatini per creare nuove miscele uscendo così dagli stili dei rispettivi artisti. E questa sua abilità nell’assemblare musicisti e influenze provenienti da miriadi di generi musicali, dal rock al blues, dal tango al funk, dal jazz all’afrocubano, gli ha permesso di creare una miscela sonora unica. Originalità che si riflette non solo nei dischi di cui è produttore, ma anche in quelli che portano la sua firma come Beautiful Scars, il suo ultimo pregevole album (American Clavé/Enja – distr. Egea).
Tra le sette voci che si alternano nell’interpretazione dei sedici brani di Beautiful Scars la più nota ai nostri lettori è quella di Xiomara Laugart, mentre nella schiera incredibile di musicisti coinvolti, che vanno dal bassista Steve Swallow al percussionista portoricano Milton Cardona, troviamo una piccola comunità di cubani: Horacio ‘El Negro’ Hernandez, Pedrito Martinez, Dafnis Prieto e Yosvany Terry. Di qui potrete immaginarvi il sound di questo progetto che pulsa afrolatino (ma non solo) sin dalla prima traccia Busses From Heaven, magica atmosfera che illustra come un index i capitoli musicali fin qui attraversati da Kip. Sulle cima c’è il canto afrocubano che si evidenzia poi nettamente con Rumba Of Cities, brano a cui interviene anche il conguero newyorchese di origini portoricane Richie Flores. Ottimi ricami ritmico-melodici nell’emozionante Real Time and Beautiful Scarsdove sono in primo piano voce e tastiere. Difficile e lungo sarebbe presentare tutte le pregevoli tracce in scaletta . In sintesi, un disco che oltre alle sonorità calde di latin jazz offre anche atmosfere blues o spazi meditativi dove ritmo e poesia si incontrano a passo rilassato, lento, con linguaggi e strumenti musicali che si ricombinano di continuo sul percorso di base tracciato dal catalizzatore Kip Hanrahan. Solo il libretto è poco esplicativo su brani e registrazioni, ma il sound dell’album è ottimo. Ascoltare per credere.

Se siete rimasti soddisfatti di Beautiful Scars non vi deluderanno nemmeno tre album fondamentali della discografia dell’artista newyorchese e che ora American Clavé/Enja ripropone in nuova veste: Coup De Tête, Vertical’ Currency e Tenderness. Sono cocktail musicali molto interessanti, pieni di idee brillanti (solo qualche momento sbiadito) che a distanza di anni non sono invecchiati di un minuto, e molti dei partner di quei progetti navigano ancora con Hanrahan.
Coup De Tête non è solo il disco d’esordio di Kip Hanrahan, ma uno dei primi album in assoluto che esplorò nuovi percorsi di world music miscelando diverse influenze nell’ambito di un nuovo immaginario globale. Un lavoro innovativo che ha segnato la carriera di Kip Hanrahan in quanto sintetizza tutti i futuri sviluppi del suo percorso di ricerca musicale. Partecipano a questo album un cast di musicisti del calibro di Carla Bley, Chico Freeman (figlio del sassofonista Von Freeman), Dave Liebman, Bill Laswell, ma quelli più conosciuti ai nostri lettori sono Daniel Ponce, Jerry Gonzalez, Nicky Marrero, Ignacio Berroa. Il risultato è una straordinaria tavolozza sonora dipinta da batá, congas e percussioni varie, sax, tromba, flauto, chitarra intrecciati a voci in libertà. Si passa così dal free jazz al guaguancó, dal tango al blues (magiche India Song e Heart On My Sleeve), dal masacote (No One Gets To Trascend Anything) all’afro-funky-rock (Shadow to Shadow). Tutte tracce di alto livello, ma spettacolari sono sia Sketch From Two Cubas – con un crescendo di percussioni mischiati ad effetti stellari su cui si innalza il canto della tromba di Michael Mantler – sia il brano di apertura Whatever I Want dove una poliritmia incandescente stimola l’abilissimo sax di Chico Freeman a fornirci una prova del suo ( allora in nuce) stile visionario, inconfondibile, come la musica di Hanrahan.

Il secondo titolo rilanciato è Vertical’s Currency, registrato nel 1984 e considerato dalla critica come uno dei migliori dieci album del 1985. Un mix musicale cosmopolita, innovativo e a suo modo profetico, che cerca di fondere la vitalità delle ritmiche afrocubane e brasiliane con le sonorità moderne di New York Nella band troviamo Jack Bruce, Steve Swallow, Milton Cardona, David Murray, Arto Lindsay, Ignacio Berroa, ‘Puntilla’ Orlando Rios, Peter Scherer, Frisner Augustin, Elysee Pyronneau, Lew Soloff (mitico trombettista del gruppo Blood, Sweat & Tears). Ognuno con il proprio bagaglio di gusti, esperienze ed influenze al servizio del leader catalizzatore Kip Hanrahan.
In scaletta, dodici brani quasi tutti in tempi medio-lenti dove la voce è protagonista con uno stile in bilico tra recitativo e cantato e dialoga con gli strumenti. Su tutti svetta una vera chicca per i nostri lettori: Shadow Song (Mario’S In), brano dedicato all’immortale Mario Bauzá, cubano, trombettista e direttore d’orchestra, uno dei padri dell’afrocuban jazz. Si tratta di una rilettura dell’arrangiamento di René Hernandez – della famosa band Machito & His Afrocubans – a tempo di canonico mambo/chachachá, coinvolgente al massimo, tiratissimo per il ballo con un crescendo orchestrale maestoso, sezione fiati in gran spolvero tra chiamate e risposte, e sax che esplora i sovracuti. Ispirati da un ibrido ritmo di rumba e accenti di cáscara sia il tema One casual Song che Describing It To Yourself As Convex, mentre il pattern della bossa conduce Chances Are Good e Dark (Kip’s Tune).

Riproposta anche per Tenderness (1993), disco che approfondisce tutti quei temi che hanno sempre affascinato Kip Hanrahan: ritmi roventi, arrangiamenti sensuali e testi poetici incastonati in ambientazioni drammatiche. Questo album non solo miscela percussioni tropicali e atmosfere jazz con risultati sorprendenti, ma crea un nuovo linguaggio musicale sfruttando a pieno le straordinarie doti dei tanti musicisti che vi partecipano. Nel cd troviamo artisti talentuosi, tra cui Giovanni Hidalgo, Alfredo ‘Chocolate’ Armenteros, Chico Freeman, Milton Cardona, Richie Flores, Ignacio Berroa, Fernando Saunders, Robby Ameen, Andy Gonzalez , Leo Nocentelli, Don Pullen, con una menzione particolare per Sting, il cantante e bassista inglese che con la sua partecipazione dimostra ammirazione per la musica di Kip Hanrahan. Dei brani che vi evidenzio cito solo il numero della traccia perchè i titoli sono lunghi come poesie. Unico esempio per tutti, il brano 3, She Truned So That MAybe a Third Of Her Face Was In This Fuckin Beatiful Alf-Light, che è un contagioso cha chá diluito in una frenetica rumba tra canto soffuso e con un assolo superlativo di quinto incalzato dal basso e dal violino. Nel brano 4 si intreccia un pazzesco dialogo tra ottoni e percussioni; nel 5, percussioni afrocubane a mille disegnano un’intricatissima polirtimia proiettata nell’alveo del jazz moderno su cui poi si innesta il fraseggio percussivo del piano, con un basso poderoso e un sax che dialoga da lontano. Magico. Nella track 6, le tumbadoras ritmano un guaguancó per la tromba che dipinge un paesaggio sonoro con echi a metà tra il son e tinte ellingtoniane; un sound, quest’ultimo, molto suggestivo che ritroverete anche nella traccia 14 e sempre dalla tromba di Alfredo Armenteros; n. 7: rock con funky jazz, straordinario; tema n.10: rumba che scivola in danzón contemporaneo e poi un articolato arrangiamento – con violini in stile charanga in bella evidenza – lo traduce a songo, ballabilissimo; stessa rumba nel brano 11, ritmo più marcato, poi una descarga con un solo funambolico di quinto; n.12: dialogo rumbero tra tumbadoras; n.13: il cencerro (campanaccio) scandisce un ritmo bembé che fa da filo conduttore alla jam afro-rock-jazz tra congas, chitarra elettrica e basso, strumenti che sono poi protagonisti assoluti nella traccia 16, jazzrock trascinante venato di percussioni afro su cui Kip canta, o meglio recita versi. In questo album, infatti, il leader è in evidenza anche come cantautore. Insomma, un piccolo capolavoro, difficilmente ripetibile. Unico limite di questo album: note di copertina scarne, prive di dettagli importanti sui musicisti intervenuti alle varie registrazioni. Ciò nonostante, le nostre orecchie ci dicono che siamo di fronte a musica di categoria superiore.

In sintesi, quattro produzioni musicali che variano da album ad album, da brano a brano. Dischi che non possono neanche essere troppo raccontati perchè fanno parte di un vasto progetto che tenta di abbattere steccati tra stili musicali e incontrare il linguaggio della poesia.
Precisiamo ai nostri lettori che non sono album rivolti in primo luogo ai salseri che pensano alla musica latina in funzione del ballo (amanti o insegnanti di danza, non importa). Ma si tratta di produzioni discografiche per chi, pur non disdegnando il binomio ritmo-danza, dedica un ascolto cerebrale alla musica afrolatinoamericana e per chi è attratto dalle contaminazioni con altri generi -come il world jazz, il rock, il funky – e dal lavoro sperimentale di compositori eclettici e dinamici, come Kip Hanrahan.

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